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RECENSIONE
29/01/2016

È come se Nathan Fake o James Holden, o uno qualsiasi di Border Community, incontrassero a una consolle i vecchi: Mario Più, o Franchino, o Ricky Le Roy o (e non vergogniamoci a pronunciare ad alta voce questo nome) gli Eiffel 65, finalmente sdoganati come si deve dopo "Blue". La musica da festa di Giorgio Spedicato in arte Machweo è un interscambio geniale di due generazioni d’interpreti della musica dance (da festa appunto), con un gap di 20/25 anni.
L'album di Machweo arriva dopo una lunga gestazione durata quasi tre anni in cui il suo creatore, forte di un sincero e apprezzato album d'esordio ("Leaving Home"), ha avuto la forza e la sapienza di trasformarsi radicalmente, di passare dal bianco al nero gradualmente, in un lungo e strabiliante processo di maturazione.

L'onda di paura e desolazione del post terremoto in Emilia che tanto aveva influenzato "Leaving Home" lascia il posto a sguardi di speranza post emozionale, di cui il secondo lavoro di Machweo si fa carico. Abbandonate le atmosfere chillwave dell’esordio, questo sophomore è giocato tutto sulla cassa dritta, a voler generalizzare potremmo definirla “emo techno” ma c'è molto, molto di più, perché gli sguardi di speranza verso il futuro partono guardando al passato.
Nelle prime demo che sono andate a costruire l’album (cambiato quasi radicalmente per ben tre volte) c'era della techno in crescendo ben suonata, con un buon carico di brividi, ma profondamente diversa dal prodotto finale di oggi. La chiave di volta arriva dalla ricerca e dallo stimolo ad avere nuove passioni: Machweo s’innamora dell’eurodance italiana, forse soltanto accennata negli ascolti di uno tra i più giovani dei nostri produttori, con entusiaste fascinazioni.
Dall'eurodance prende, rielabora e fa suoi i sentimenti di positività che erano un segno distintivo di un genere che riempiva le discoteche di tutto il Bel Paese valicando i confini, oggi quasi impenetrabili. È una “retromania all'italiana” che pesca dai synth di "Ultimo Imperio" e "Datura", dalla musica di Mario Più; nei lati più emozionali ecco i pianoforti cari agli Eiffel 65 e i sentimenti dalle frasi di quel poeta ultramoderno che era Franchino. Il lato ritmico invece guarda ai giorni nostri, anche qui con alcune chiavi di volta, su tutte quella "Planet 7" (presenza fissa dei dj set di Machweo) di System 7 in cui James Holden al remix è al massimo della forma, da questo pezzo Machweo si lascia ispirare per la costruzione semantica delle sue tracce e ne combina di tutti i colori. I brani sono un diluvio di suoni in entrata fino alla pausa sogno, prima di ritornare in quota per un ultimo giro. "Taribo West", "Locomotiva", "Bimbo Festa" ne sono il perfetto esempio regalando appiglio immediato, freschezza e - come detto mille volte - sogni.

L’ingrediente principale del disco esplode, letteralmente esplode, nella traccia più bella di questo lavoro, quella "Perdere" che chiude "Musica da Festa": è un passaggio di consegne tra il Machweo vecchio e quello del 2016 che strizza l’occhio e manda baci a Jamie xx. "Musica da festa" è impressionante per bellezza, spirito artistico e tenerezza, il lavoro di un bambino diventato grande e con molta voglia di sfogare le proprie emozioni. Si sentiva il bisogno di un disco in cassa dritta dall’intento candido ma energico, fanciullesco, come fanciullesca è la festa che andrà ad animare. Si sentiva il bisogno di musica che ci riportasse la voglia di ballare in solitaria dentro una stanza. 

Tracklist

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