11/04/2016

Irriducibili. Diciassette anni di onorata carriera, un numero imprecisato di concerti su e giù dai palchi dello Stivale. Tanti, forse troppi, cambi di formazione ma sempre armati della stessa incrollabile coerenza, in prima linea a raccontare i nostri giorni marci, a ribadire che le cose non vanno come dovrebbero andare. Che a dirlo così sembra facile, ma provate a rimestare nel torbido senza usare un minimo di retorica e vedrete.

“Abile labile” è il sesto sigillo dei Guignol, la prova provata della loro irriducibilità. Un album attraverso il quale il deus ex machina Pierfrancesco Adduce prova a ridiscutere le certezze della nostra società malata, mettendone in luce le contraddizioni. Undici canzoni che esprimono il disagio di chi è sfruttato sul posto di lavoro, di chi è costretto a vedersela con la distruzione dell’ambiente (“Polvere rossa” è dedicata allo sfacelo dell’Ilva di Taranto), di chi brucia la propria esistenza in nome di un dio presunto, per giunta vendicativo e senza pietà. Piero Ciampi, evocato con la cover de “Il merlo”, ci ricorda che non tutti gli eroi sono giovani e belli, quasi a voler sottolineare che i personaggi descritti dalla band milanese non sono per nulla rassicuranti, valga per tutti la prostituta protagonista di “Gemma e il crocefisso”.

A produrre “Abile labile” è Giovanni Calella, già al lavoro a fianco di Alessandro Grazian, bravo a non snaturare il suono dei Guignol, che rimane a tratti nervoso, ricco di picchi noise ma anche dedito a ballate, pronto a infilarsi tra incursioni free jazz e a sporcarsi con il blues. Qualche pesantezza di troppo affiora qua e là, ma parliamo pur sempre di un disco dalle basi solide, forse poco meno convincente dell’ottimo “Ore piccole” ma pur sempre rappresentativo di un rock d’autore che non vuole abdicare, che alla superficialità degli slogan continua a preferire la forza delle idee.

 

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