20/04/2016

Darkwave a sfondo antropologico quella degli Ash Code. “Posthuman”, il loro secondo album (dopo “Oblivion” del 2014), si veste da concept e prova ad approntare una didascalia sonora all’analisi sulla (ri)collocazione dell’essere umano all’interno del “nuovo mondo”, così come spietatamente regolato da dinamiche sempre più cannibalesche e sottomesse alla tecnologia, nel bene o nel male.

Dunque, una rinnovata riflessione sui “tempi moderni”di chapliniana memoria quella del trio partenopeo, che per concretizzare l’impegnativo proposito si affida a un’elettronica decadente, per umori e tinte atmosferiche. Ritmiche ossessive marcatamente post-punk, dancefloor semi-apocalittica, vocalità sepolcrale e oscura orecchiabilità delle melodie portanti, costantemente sul crinale di un minimalismo glaciale, riverberano formule electrogoth collaudate più volte in passato da gente come Clan Of Xymox, Depeche Mode, Diary Of Dreams, Sister Of Mercy – questi ultimi, peraltro, ben rappresentati da una drum-machine infaticabile e serrata che si muove come la loro Doktor Avalanche – e, soprattutto, sul fonte italiano, da gruppi più synth pop orientend come i Frozen Autumn.

All’interno di un tripudio di suoni datati ma pur sempre intriganti si fanno largo – tra un déjà-vu e l’altro – le cupe cavalcate sintetiche di “Nite rite” e “Tide”, l’epica tenebrosa di “Challenging the sea”, la liturgia depechemodiana di “A new dawn”, il buio danzereccio splendidamente ottantiano di “Insensitive” e l’immancabile appendice joydivisioniana in salsa emotronica di “Sand”.
Vivamente consigliato a nostalgici in abito nero e anime in pena divorate da un insaziabile desiderio di altrove.

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