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RECENSIONE
11/03/2016

Secondo Gianfranco Franchi, autore de “L'arte del piano B. Un libro strategico”, il piano B è, appunto, “la capacità di dare una svolta, di dare un senso alla propria vita, di individuare le proprie priorità e avere il coraggio di realizzarle, fino in fondo, anche se questo significa porsi contro l’ordine costituito che ci vuole tutti inquadrati e produttivi”. Con un rapido gioco di parole, Debbit s'introduce in tutto questo e, richiamando la prima lettere del suo nome d'arte, nell'omonima “Piano D” ci dice che non avrebbe davvero potuto far altro che questo.

Sin da “HHD”, prima canzone del disco, è chiaro chi è che detta le regole qui: il nostro, infatti, non fa altro che trasportarci in un gigantesco egotripping che passa per momenti spensierati come “Meglio di me” o “Capito come” e altri più introspettivi (“Aiuto” o “DDFLS”, che chiude il disco), raccontandoci il suo personalissimo punto di vista e le sue personalissime aspirazioni.

Strumentali freschissime (lontane da quelli che sono i suoni più classici del genere), un'abilità notevole nel giocare con il lessico tra allitterazioni, assonanze e pause, che richiamano maestri della tecnica d'oltreoceano come Tech N9ne o Eminem, capaci di trasformare il proprio flow in un vero e proprio strumento ritmico. Tutti elementi coerenti al lavoro già svolto dal rapper romano, già presenti nei precedenti lavori ma che adesso riescono a trovare la giusta collocazione in una dimensione solista adeguata.

Tracklist

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