Bombay Numero 2 2016 - Cantautoriale, Folk, Acustico

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Autoproduzione da folker di quartiere. Storie quotidiane narrate con stridente realismo e grossa vena malinconica: una gran "presa a male"

“Bombay è stonato e suona male la chitarra”. Bombay si autoproduce direttamente da Torpignattara – Torpigna per gli amici – e nel secondo disco, che neanche a farlo apposta – anzi sì – si chiama “Numero 2”, inanella subito tre hit da emicrania.
Gabriele Di Majo è una figura a metà tra un menestrello e un folker di quartiere. Le sue sono storie e nevrosi di quotidiana frequenza: relazioni complicate, rigurgiti del passato, rapporti intrisi di cinismo e amori che fanno male. Di solito si comincia con un “Campari”. Le nove tracce di Bombay si aprono così, con una sorta di “Incontro” ai tempi dell’indie (ci si scusi l’iperbolico paragone). Non c’è "tristezza che avvolge come miele", ma si domanda imbarazzati “com’è andata l’operazione agli occhi”: stesso tema, toni e profondità diverse – ci mancherebbe – rispetto al manifesto gucciniano. “Passami lo spray” (per il naso) è invece una sfuriata alla "Trainspotting", in cui lui sembra sputare addosso a lei il nervosismo rivangando certi suoi difetti mal (e forse mai) digeriti: “come si fa a stare con te che credi a Babbo Natale?”, “come si fa a stare con te che ascolti Claudio Baglioni?”, “come si fa a stare con te che non ti piace Luca Carboni?”. I ricordi di “Campari” e i nervi tesi di “Passami lo spray” sono inframezzati dai sogni infranti di “Cassiopea”, che manda a quel paese il ragazzo e si consola col vicino, ascoltatore ottimo cuoco dal pettorale scolpito. Da queste tre hit martellanti si passa a una melensa ballata autunnale, “Il verde delle foglie”, in cui il sapore dell’altra si mescola all’odore del bosco o a un insipido tofu con verdure. I ritmi si affievoliscono ancor di più in “Momenti magici”, che mischia l’idea nostalgica di rivedersi e far l’amore al cinismo alla Zen Circus (“mi devi soldi”). Una sorta di memoriale alla 883 – si rimane nell’iperbole, è chiaro – in cui si affastellano flash su personaggi della vita passata, come l’amico di Vicenza o “quello che ci vendeva il fumo". “Ti ho visto (che uscivi dal supermercato)" racconta quello che si prova parecchi anni dopo “Fatti mandare dalla mamma”, quando si incontra la propria ex sistemata con un figlio e un cane. Semplicemente è una presa a male che sottende un po’ l’intero disco, coniugato quasi tutto al passato – con qualche tuffo nel presente e nel futuro – e costruito sul riaffiorare dei ricordi e la malinconia che si portano appresso.

Uno stile volutamente fuori dal cerchio – siamo giunti all’indie dell’indie? – ma che trova appigli nella malinconia di Dente, nelle storie di Calcutta e nel fare scanzonato di Appino. Metrica sbilenca e accordi semplici, quella di Bombay è una musica scarna e sghemba, senza orpelli, diretta come “una scopa nel sedere” o “arcobaleni che uscivano dai nostri culi”. Il suo timbro gracchiante, impreciso, stridente, a un primo ascolto quasi snerva, ma poi se ne riconoscono l’identità e il menefreghismo con cui si manifesta. “Bombay è stonato e suona male la chitarra, ma a qualcuno piace così.

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La recensione Numero 2 di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2016-09-15 10:00:00

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