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album s/t - Dunia

recensione Dunia s/t

2003 - Punk, Noise, New-Wave, Dark

RECENSIONE
18/11/2004

Bikini kill, Sugar baby doll e soprattutto Gits. Queste le rocks-bands capostipiti di quel fenomeno ormai ammuffito – o plastificato, fate voi – delle “bad girls”. Una linea sonora e di “tendenza filosofica” che, mischiando a puntino Seattle quel che restava del punk e una massiccia dose di femminismo oltranzista, finì col produrre quel mostro che oggi conosciamo col nome di Courtney Love, la versione più deforme e cellophanata – sebbene inizialmente genuina – di quel periodo.

Proprio da lì partono le Dunia. Solo che le tre ragazze umbre che danno vita alla line-up e che sono diventate nel loro giro piccole dive, con gli strumenti in mano ci sanno fare – cosa che le prima rock-bands al femminile, al contrario, non è che sapessero far poi tanto bene. Sembrano “sporche”, ma non lo sono veramente. Stanno attente alla forma-canzone, a tirar fuori un inciso orecchiabile. Certo: abbastanza “oscure”, ripetitive, banali a tratti. Molto lo si deve al pessimo missaggio. E ad un basso che potrebbe lavorare più ingegnosamente. Insomma: “fanno le cattive”, le Dunia. In realtà sono furbe.

“Have you ever seen the stars?”, originale a tratti, sconta l’assenza di una seconda chitarra e sembra una versione accelerata di “For Tammy Rae” delle Bikini kill, gruppo al quale la cantante Angelica Trenta si rifà molto anche per il cantato. “Ilarità” confeziona un’atmosfera abbastanza inquietante, volutamente scimmiottante una certa sensualità teen, buon pezzo ma nulla di più. Più diretta, radicale, “Ignobile se”. Ma siamo sugli stessi standard. Più interessante invece – infatti si discosta in parte dalle trite strade del grunge al femminile, di cui ho piene le tasche e le orecchie – “Dunia”. Nettamente punkeggiante “Clessidra”, insopportabile, mi ricorda gente tutto sommato inutile tipo i Succo marcio. Non è questa la strada giusta. Ci vuole poco a sconfinare nel ridicolo. Cosa che le Dunia evitano con l’ultimo “Standing alone”, che si riallaccia alla complessità embrionale di “Dunia” e, in parte, anche alla prima traccia.

In conclusione un disco abbastanza scontato, prevedibile, secco. Non potrebbe essere altrimenti per un gruppo che parte da una linea sonora vecchia e stramorta. Però, nel complesso, ben interpretata. Proposta con la giusta grinta considerando la classica line-up basso-batteria-chitarra, con la necessaria attenzione agli arrangiamenti. Un sound, quello delle Dunia, senza dubbio genuino, che “strizza l’occhio” all’ascolto di massa – dal vivo, non a caso, hanno ottenuto diversi successi. Però non morde, non lascia alcun segno della propria presenza. Lo dimentichi dopo sei minuti e mezzo.

Tracklist

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