18/11/2016

Da veri veterani del classic rock, quasi per definizione, l’album "Connections" degli emiliani Rufus Party, non può portare come dote principale una spiccata fantasia nella proposta dei brani.

Nonostante il sound sia un po’ datato e ampiamente sviscerato nella storia della musica, “Entity” riesce a reggere il colpo grazie al bel ritmo di batteria e alla chitarra indiavolata dell’intro, vera spina dorsale del pezzo, rispetto ai molto più prevedibili sali-e-scendi delle armonie della canzone.
Mentre il groove di “Memories” si evolve su arrangiamenti in levare e quasi funk, la malinconia espressa nel brano, si poggia maggiormente sui silenzi consolidati da una voce padrona della situazione, paragonabile alla timbrica calda e cavernicola di Eddie Vedder, mascherando così una base piuttosto elementare della linea di basso in un mixaggio che oltretutto ne mette in evidenza i limiti.

Il tocco più vintage dell'album arriva con l’ispirazione di “Remorse”, un piacevole assaggio anni ‘60 dei classici lenti del rhythm and blues, dove il semplice episodio dell’album, costituisce quasi il vero compimento di un progetto e di tutte quelle sinergie che la band porta con sé, quasi come se fosse un punto di arrivo nelle diverse declinazioni del suono del gruppo.

Il gioco d’attese migliora con il blues prestato alla psichedelia di “Red Mole”. Indubbiamente il pezzo più bello del disco, è un omaggio alle jam session dei primi anni ‘70 con tanto di citazione finale dei primi Deep Purple. Le pause acquisiscono un senso più logico all’interno della composizione, il basso ipnotico questa volta risulta più coinvolgente degli standard precedenti, dove finalmente i synth e gli effetti accompagnano il pezzo dai attori protagonisti, senza trascurare un’elettrica capace di prendere il largo e che sia circoscritta a puro arrangiamento.
Il disco regala un’ultima traccia interessante come “Mr. Selfish”, la quale grazie alle atmosfere lounge favorisce la migliore resa vocale dei pezzi grazie a un mix di r’n’b sofisticato alla “You Can’t Say No” di Lenny Kravitz con le aperture melodiche contemplative di Dave Gahan.

Và a chiudersi così “Connections”, un album inscindibile dai suoi riferimenti e connessioni di rock in vecchio stile, dove nel complesso spesso subisce la poca vivacità nelle idee dei pezzi, ma dove talvolta ne esce vincitore con alcuni spunti ancora validi nell'attuale scena musicale.

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