13/01/2017

“Da tanto, troppo tempo, aspettavo di perdermi solcando i miei stessi ricordi”. Quello di Stefano Ricci non è un disco che vive in questo mondo. Diciotto tracce – inframezzate da letture sceniche e passaggi strumentali – che campeggiano in una sottile nuvola tra sogno e ricordo, a metà tra l’esigenza e la necessità di fermare “per un attimo il ritmo frenetico delle nostre esistenze” e concedersi “Una piccola pausa dalla quotidianità”.

Interpretato assieme alla voce di Irene Tirloni e al flauto e le tastiere di Massimo Falchi – oltre al basso di Dario Bonometti e alle percussioni di Marco Vanazzi – il disco è figlio di uno spettacolo musical-teatrale che stacca la spina dal circostante e la riattacca in un mondo blu. Un mondo accordato in La verdiano. Nell’accordatura aurea – presente nel nome dell’ensemble PPQ 432 – si cerca forse quella convergenza tra armonia musicale e spirituale, per dirla con Pitagora, che è impossibile trovare nella quotidianità. Il disco si costruisce sulla concatenazione tematica e musicale dei brani. Si parte dalla “giostra della realtà” per cercare tracce di futuro, strascico sonoro della seconda traccia. La narrazione si muove in suoni da combat folk a metà tra l’America, la provincia emiliana e l’Irlanda, caratterizzato da più guizzi sognanti e meno da ruvidità rabbiose, nonostante la riflessione parta proprio da una certa mal sopportata frenesia sociale. La concatenazione continua nel segno della luna, protagonista delle tracce 6, 7 e 8. Quest'ultima, strumentale, è posta a chiusura di una parziale riflessione vagamente ariostesca. Dimensione che torna nella traccia 12, in cui l’astro riemerge come “foriero di misteriosi presagi”. “Distante e precario" getta lo sguardo sul futuro, riprendendo lo spunto lanciato a inizio disco con la sorta di flashback in musica "Giorni a venire". Il ritmo tambureggiante serve da fondale per lo sviluppo dell'argomentazione sulla precarietà dell'esistenza, sulla vacuità del tempo d'attesa, che genera solo impotenza e interrompe i sogni, tronchi come la chiusa: "strane giornate umorali e bizzarre, ma una speranza che logora già". Sogni e desideri, in un sentiero così nebuloso, possono mescolarsi a fobie e a volte costringere a nascondersi dalla realtà.

Il cantato a due voci paritarie è senza dubbio funzionale a raccontare il cammino dei protagonisti, ma finisce, con l'andare del disco, per affaticare l'ascolto così come fanno soluzioni armoniche, ritmiche e sintattiche a tratti simili o ripetitive, che vanno a scapito di una componente testuale corposa e foriera, potenzialmente, di soluzioni più accattivanti. Ricci sfrutta in modo interessante i punti espressivi comuni tra canzone, teatro e letteratura, ma probabilmente il lavoro nella versione magnetica risente dell'assenza della resa scenica da cui nasce. Non sarebbe stato del tutto inopportuno operare una condensazione, con il rischio calcolato di minare il continuum narrativo.

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