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RECENSIONE
20/12/2016

Lu Salentu, l’Africa, i Balcani. Luigi Bruno, già visto alla guida dei chiassosi Muffx, questa volta punta dritto in direzione dei tanti sud esistenti all’interno del globo terracqueo. No, non è una questione geografica o di chissà quali barriere, in fondo è tutto riconducibile a un debito di riconoscenza da estinguere al più presto. E con le modalità più consone a chi crede che la questione possa risolversi ammeticciando le due culture: quella del grasso Occidente con quella più spirituale e ricca di energie vitali in arrivo dal Nuovo Mondo.
Luigi Bruno, con la complicità della Psychedelic Orkestra, trova la quadratura del cerchio mettendo la sua chitarra elettrica – vera e propria protagonista di “Assud” – al servizio della tradizione. Ne escono fuori nove pezzi, a volte somiglianti a delle lunghe session, in grado di condensare le spigolosità del rock con gli aromi della world-music, di attraversare immune il jazz e abbracciare in modo caloroso la pizzica, con tanto di basso slap (“Balkanica pizzicata”). In nome di una musica totale, di una fusione a tutti i costi, di una contaminazione che crea nuovo valore. Un disco aggrappato ai valori degli anni ’70 (percepibili soprattutto tra le atmosfere di “Sonido amazonico”), che comunque non sfugge alle attrazioni della terra madre (nel singolo “Surfinika”, ecco apparire la voce di Nandu Popu dei Sud Sound System) o ai richiami di mamma Africa (“Sciamunde all’Africa” sembra un omaggio incondizionato al Carlos Santana più etnico).
C’è molta carne al fuoco tra i solchi di “Assud”, un album che, nonostante non inventi nulla di nuovo dal punto di vista stilistico, si fa apprezzare per un approccio pieno di calore, perfettamente in equilibrio tra fisicità e creatività. Il che non è poco, sul serio.

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