20/01/2017

Omnia vincit amor et nos cedamus amori” scriveva il buon Virgilio nelle sue Bucoliche. Questa è la prospettiva concettuale che muove il ritorno dei Moostroo dopo l’omonimo debutto di due anni fa. Con tutti i correttivi e contraddizioni del caso, naturalmente.
È esattamente la potenza salvifica del sentimento universale per antonomasia – ma comprensiva dei suoi ineluttabili, e talvolta perniciosi, effetti collaterali – quella che il trio bergamasco vuole sviscerare attraverso dieci tracce ad alto contenuto umorale, stemperando a questo giro la preponderante istintività degli esordi con più marcate dosi di intimismo e riflessività. Da qui la maggiore corposità di alcuni slanci cantautorali (l’ombra di Gaber aleggia un po’ ovunque) e di una vis teatrale che qua e là va a caratterizzare talune atmosfere portanti. Certo, la cifra stilistica del combo lombardo rimane grosso modo invariata, nella sua commistione di rock scompigliato di derivazione post-punk e surrealismo narrativo, ma le sfumature orchestrali acquistano più autorevolezza e in alcuni frangenti si affaccia persino quel non so che di provvidenziale ruffianeria melodica e lirica – sotterranea quanto volete – che rende il tutto molto più assimilabile.

ll malinconico incedere rondelliano di “Regalami” (impreziosito dal violoncello di Leonardo Gatti), la deflagrante carica new wave di “Ostinato amore”, gli scalpitanti spasmi garagisti di “Oblio” e la schizofrenia elettrica di “Usura”, dove l’interpretazione di Luca Barachetti rimodula la frontalità salmodiante dei CCCP su ben più viscerali frequenze, delimitano il perimetro musicale di un lavoro obliquamente panoramico e (anche sociologicamente) descrittivo dove resa e rinascita, estasi e sofferenza, si danno vicendevolmente il cambio sullo spartito, nell’osservanza di quel sacrosanto adagio secondo il quale – per citare Aldo, Giovanni e Giacomo – “L’amore dà, l’amore toglie”.

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