06/01/2005

Carnico di Lauco, 943 anime in provincia di Udine, ma trapiantato a Bologna dopo aver vissuto a Londra (niente male, eh?), Tommaso Tam ha prodotto con “Girare” il disco più strambo che mi sia capitato di ascoltare ultimamente. Un disco pop, indubbiamente. Ma che dal pop usualmente inteso si distanzia notevolmente. Per le strutture che esulano dall’usuale strofa/ponte/ritornello, innanzitutto. Per il fatto che ogni singolo mattone dell’edificio-canzone è normalissimo pop, o lounge, o rock: ma la miscellanea di influenze presenti in ogni brano è tale che fa pensare più al progressive che al pop.

Esempi? “Part-time” esibisce un’atmosfera chill out in cui irrompe un coretto doo-wop tra Bee Gees ed Equipe 84. Ma il finale presenta un organo da chiesetta e su cui è ricamato arpeggio psichedelico di chitarra, inquietante e sghembo. Il tranquillo pop di “Nel mio cervello” è sconvolto da un inaspettato ponte rock blues seguito da un inserto alla “Padrino”. “Triangolo pubico” inizia con la solennità dei Queen, evocando spazi siderali, ma prosegue con una elettronica minimalista permeata da soffi sinistri. Su tutto, un testo volutamente stupidissimo. L’avete capito, Tam è fuori. Quando la costruzione dei brani è meno furiosa e più tradizionale, la poliedricità dell’ispirazione non viene comunque meno: se “Intro” e “Girare” presentano svenevolezze lounge, “Eleonora”, singolo per le radio, è un pop-rock funky alla Alberto Radius di “Nel ghetto”. “Da celibe”, forse il brano migliore del disco, si apre con un piano martellato alla John Lennon tra psichedelia e lounge: nel finale appaino dei fiati notevoli su cui ricama una chitarra alla Steve Ray Vaughan. “Soli al buio” è uno strumentale da pomicio, che non avrebbe sfigurato in una colonna sonora di un soft erotico fine anni 60. “Guardarobista” potrebbero averla scritta i Beatles di “Abbey road” se non avessero finito l’acido, quella volta. “Vinaio…” prende in giro De André. Per concludere, Tam infila non una, ma ben quattro ghost tracks, a notevole distanza dalla presunta conclusione della decima traccia. E sentendole, vi tornerà in mente l’avverbio di prima: “fuori”.

Sicuramente inconsueto, Tam, che ha suonato, registrato e prodotto tutto da sé, sorprende ogni momento. Zappiano nella dissacrazione nonsense, dadaista per il suo assemblare materiali eterogenei in modo dissacrante, cubista per le angolazioni sorprendenti che dà ai brani, ricorda Kevin Ayers per la stravaganza. “Girare” è un caleidoscopio degno di Lewis Carroll e del suo mondo alla rovescia, un disco pieno di gatti dal sorriso ghignante, cappellai matti e bruchi col narghilè. Rimane il dubbio se Tam sia un genio o un pazzo. In tutti e due i casi, mi sta simpatico.

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