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RECENSIONE
23/06/2017

L’attitudine, innanzitutto. Quel sacrosanto impeto artistico che spinge i San Leo ad espandere i quattro brani (per oltre quaranta minuti) di “Dom” al di fuori dei limiti tradizionali, piegando il tempo e lo spazio e puntando dritti verso una dimensione sonica “altra”. Un contorto post rock per batteria e chitarra che fa di necessità virtù e se la gioca fino in fondo nell’unico modo possibile: appiccando incendi e soffiando gelo. Niente scelte di comodo e zero carezze, dunque. L’avviso è perentorio sin dall’iniziale “L’antico monile era custodito all’interno della tempesta di sabbia…” (eccetera eccetera), che parte come una valanga, si arresta guardinga e minacciosa in una quiete carica di sorprese e riprende con un approccio più serrato, da coltello tra i denti. La traccia successiva (undici minuti abbondanti) ha dalla sua una costruzione in crescendo più convenzionale e più in linea con una certa estetica post rock, a metà tra gloria e pudore: è forse il momento più accessibile e orecchiabile del disco, per quanto possa esserlo un lavoro del genere, cosî intransigente e ostile. Non un album innovativo o diverso, semmai difficile e non per ascolti distratti. Ma è anche una raccolta completa, ovvero ragionata dall’inizio alla fine, anche nei suoi istanti più free. E una consapevolezza simile non è poco: è tutto. 

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