17/05/2017

“Ricostruire” significa reagire a una frammentazione. La frammentazione di cui parla Giacomo Lariccia è figlia del mondo moderno, paurosamente attuale, incredibilmente reale e precisa. Il filo conduttore degli 11 brani che compongono il suo terzo disco ha un capo legato alla coscienza della fragilità del mondo e dell’uomo moderno e l’altro legato alla ricostruzione dei valori, di edifici, di convinzioni, di amori, di ideali: e quest’ultimo è un capo che da una parte è fine e dall’altro è inizio del futuro.
Il disco di Giacomo Lariccia è impegnativo, inutile negarlo. Bisogna avere il tempo e la sensibilità di ascoltarlo per poterlo capire e magari ascoltarlo più di una volta.

Lo stile è quello delicato del cantautore che affida ad una voce sussurrante riflessioni importanti sul presente e sul futuro, affiancandola ad una musica quasi sempre acustica e lenta. Non urla e non spinge sulla forza e l’energia, parla piano all’orecchio, perché le cose importanti vanno sussurrate.
Allora la title track “Ricostruire” è manifesto di tutto il disco, perché “quante volte dovrò ancora ricominciare, quanto ancora dovrò tutto ricostruire”, ché poi non è sempre una cosa negativa, perché dagli errori si può imparare per costruire edifici più solidi. L’importante è non mollare di fronte alle cadute, inevitabili, ma rialzarsi più forti e convinti di prima.

“Come sabbia” è una metafora che fotografa momenti di vita quotidiana, i momenti in cui ci si sente incapaci di reagire, ma proprio in quei momenti bisogna ricordarsi che “non c’è rivoluzione più grande e più efficace di quella che puoi fare dentro di te”, perché alla fine per cambiare le cose bisogna metterci convinzione e tanta forza. Ed è la vita ad essere come la sabbia, che scorre tra le dita, e “se stringo il pugno non ne resterà”, allora meglio raccoglierla a piene mani e goderne fino in fondo.
Una delle migliori è “Amore e variabili”. Parla d’amore e lo fa servendosi di una metafora matematica perfetta per spiegarne l’imprevedibilità, l’intensità, la forza, perché “in amor non c’è teoria, troppe variabili”, perché l’amore spesso rimane così maledettamente incomprensibile.
Le altre tracce sono storie da ascoltare e da scoprire, da riascoltare e da assorbire, come la rabbia calma di “Celeste”, che trova il suo inno nelle note conclusive del piano, o i desideri di riconquista di “Senza farci del male”, o ancora lo stupore, la delicatezza, la magia e la poesia di un “Fiore d’inverno”. Ma in fondo “sono solo canzoni” (“Solo una canzone”), ma canzoni che lasciano un segno e illuminano percorsi (“Luce”), se si vuole vedere e ascoltare.

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