20/03/2017

La storia di Colombre è bizzarra e affascinante: narra di un mostro tenace che per una vita intera ebbe la costanza di inseguire un uomo, che però lo rifuggiva perché era convinto lo avrebbe ucciso. E invece, in fin di vita, l’uomo si accorse che il mostro voleva avvicinarsi solo per regalargli qualcosa di infinitamente prezioso.
È quasi troppo facile sovrapporre questa bellissima fantasia di Buzzati alle storie raccontate in “Pulviscolo” da Giovanni Imparato, il quale dopo tanti anni passati a suonare in gruppo (prima nei Chewingum, poi con Maria Antonietta) ha deciso di rinascere dentro questo nome di mostro. Eppure non si può fare a meno di seguire queste otto canzoni appassionate come fossero un racconto, una narrazione vitale modellata nelle forme del pop. 

Colombre non è di certo il primo musicista a cantare di un travagliato percorso interiore, ma già dalla traccia di apertura si capisce che siamo di fronte a un tipo di felicità guadagnata e per nulla superficiale. Le canzoni di “Pulviscolo” raccontano di mancanze ed errori con una consapevolezza amara e spesso anche rabbiosa (“Blatte”, “Sveglia”, “Bugiardo”) ma riescono a restituire comunque una profondissima serenità. Una musica placida ma sfuggente, che somiglia ad un’edizione inedita del sorriso di una persona che si conosce bene: a un tratto noti una piega inaspettata delle labbra, e capisci che è il risultato di esperienze a te sconosciute che riaffiorano all'improvviso forti e chiare.

La traccia che chiude il disco, “Deserto”, è forse quella che definisce meglio questo itinerario di purificazione. C’è una voce sospesa, quasi impalpabile, che dall’alto canta “se hai sbagliato mille volte sentendoti fallito: sai che un nuovo oceano sta nascendo in Africa da un deserto? (...) Tieniti stretta la tua diversità e non avere paura”. È quasi impossibile non cedere alla suggestione ed immaginare che il deserto nel quale Colombre termina il suo racconto è quello di chi si perde sudato e convinto di morire di sete, e invece allucinato ritrova le stelle, l’acqua e se stesso (e se nella testa vi risuona un altro deserto, quello dei Tartari, credo non abbiate preso un abbaglio).

Non a caso, la suggestione è uno dei migliori pregi di queste canzoni: si riesce quasi a scorrere i polpastrelli sulla superficie irregolare di certe cicatrici, ma nella voce che le descrive non c’è esibizione o vanità auto referenziale. Non c’è compatimento, indulgenza, pesantezza, dramma. Al contrario si sorride di una sensibilità giocosa, umana ancor prima che musicale, che alla fine rende “Pulviscolo” semplicemente una manciata di canzoni molto fresche e leggere, seppure un po’ malinconiche: ci si può distrarre indossando i panni di un gentlemen spietato o di una vamp sinuosa (per esempio in “Blatte”, che avrebbe potuto cantare Mina), oppure ritrovarsi in una domenica italiana degli anni ‘70 ondeggiando sul funk partenopeo di “Dimmi tu”. E ancora fingersi incantatori di serpenti con l’incedere di “Tso” (una tenera ballata che racconta di un amico finito male) o affogare nei riverberi americani della title track (che starebbe bene infilata retroattivamente nel disco d’esordio di Chris Cohen).

Un pop impossibile da tenere fermo che gioca a mimetizzarsi tra i riferimenti di chi ascolta, e che cadrebbe sgraziato e a pezzi se non ci fosse la stessa voce di Colombre a tenerlo assieme: efebica e virile al tempo stesso, dotata di una sensualità in grado di riflettere le sfumature più disparate. Ruggisce e un secondo dopo schiocca un bacio piccolo, disorienta nel suo essere costantemente cangiante.

Imparato è dotato di un’incredibile delicatezza, c’è una cura quasi materna nel suo modo di scrivere canzoni che forse deriva da un grande amore per la lingua italiana, o forse da un amore per la musica in se stessa. Ciò che conta è che finalmente sia riuscito a catturare per noi questo pulviscolo, questa luminosità argentata di suoni esili che riverbera nell’aria.

Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati