07/09/2017

Ci sono due concetti-chiave alla base di “Di passaggio”: il tempo e l’amore. Sono queste le due colonne del disco, sulle quali Luciano Nardozza costruisce brani semplici, genuini, ingenui e comunque non banali, con un cantautorato pop pulito ed essenziale, che ricorda lo stile di Nicolò Fabi, Samuele Bersani e persino Finardi, ma che riesce a trovare la propria dimensione individuale.
“Di passaggio”, come la vita, come l’amore, come l’esistenza umana: i due concetti del tempo e dell'amore s’intrecciano continuamente, perché anche quando parla d’amore, Luciano Nardozza parla di un sentimento “di passaggio”: non ne descrive l’idillio, la passione o il trasporto, ma soprattutto la fine e il nuovo inizio (“Il folle mio librarmi in volo”), la coscienza del suo volgere al termine (“Aprile”), le paure (“La rondine confusa”), le contraddizioni e le illusioni (“Frastuono di passi”).

Così “Aprile” (una delle tracce migliori per testo e ritmica) esplicita la contraddizione tra l’entusiasmo dell’inizio e poi scatta un’istantanea alla “mano che si allenta”. Allo stesso modo, “Non è colpa di nessuno” oppone la poesia e i fiori rosa che caratterizzano la nascita dell’amore al suo diminuire col passare del tempo, inesorabile ed inevitabile.
“Frastuono di passi”, invece, descrive una partenza dolorosa, e la chiusura della porta alle spalle diventa sinonimo di un’enorme solitudine e disillusione: “all’improvviso siamo estranei / siam diversi / la stanza sembra immensa / ed io con gli occhi rossi / a domandarmi cosa faccio qua”. Una partenza diversa, intesa come nuovo inizio, è invece quella raccontata da “Il folle mio librarmi in volo”, singolo dell’album e brano-simbolo di tutto il disco: parte dal coraggio dell’abbandono di un amore e si spinge verso il suo superamento, illumina un nuovo inizio dietro l’angolo, un nuovo volo a cui abbandonarsi. In qualche modo il brano potrebbe essere metafora dell’attività dello stesso Luciano Nardozza, al suo primo progetto cantautorale solista, un nuovo inizio ancora da vivere.
“La rondine confusa” attraverso la metafora dell’uccello “con gli occhi lucidi” e “il volto preso da un’insolita paura” racconta le esitazioni dell’amore, le attese estenuanti e l’incapacità di seguire il cuore, di abbandonarsi. Lo stesso concetto viene ripreso da “Quell’altra metà”, uno dei brani migliori del disco, che alza il ritmo della musica per raccontare le contraddizioni dell’amore e il tentativo duro e faticoso di convincere “quell’altra metà” di se stessi, riflessiva e razionale, che ancora esista ad abbandonarsi, mettendo da parte ogni timore.
I concetti del tempo e del passaggio, invece, sono più evidenti in “La tua giostra” e “Prima che il tempo”: la prima racconta proprio la presa di coscienza che “siam tutti di passaggio”, ma tutti legati, come se la vita fosse una giostra a cui tutti siamo attaccati e che, quando comincia a girare, ci avvicina e ci allontana da luoghi, cose e persone, come fili che s’intrecciano, s’incrociano, si annodano e si snodano; la seconda sussurra la necessità di godere del presente, delle piccole cose che ci rendono felici, delle dolci melodie che ci avvolgono, prima che l’oblio porti tutto via con sé, prima che tutto scompaia.

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