12/06/2017

Claudio Lolli ritrova le chitarre di Roberto Soldati e il sax di Danilo Tomasetta del Collettivo Autonomo Musicisti di Bologna, suoi compagni di viaggio all’epoca di “Ho visto anche degli zingari felici”. Di anni, da quel seminale 33 giri fatto proprio dal movimento studentesco dei tardi ’70, ne sono passati 41. “Il grande freddo”, l’ultima fatica discografica del cantautore bolognese, riparte proprio da questo nuovo, caloroso abbraccio. Vero, ci sarebbero tutte le condizioni per percorrere la più agile delle scappatoie: rimpiangere le lepri pazze, il mito del Vietnam, la rabbia per le stragi di Stato, la gioia della piazza, riprendersi la vita, la luna, la terra e l’abbondanza. È il rischio che si corre quando i fili si riallacciano: farsi prendere dalla nostalgia è un attimo. Niente di tutto questo: ci si ritrova assieme per prendere atto del tempo che scorre, di quel grande freddo che oggi ci attanaglia e si erge a protagonista della nostra solitudine. Connessi con un mondo (un altro mondo) a portata di clic, ma soli.

Un grande freddo “che si può sciogliere solo con le lacrime dei nostri furori”, da opporre a una vita che “è soltanto una lotta ma è troppo spesso una battaglia persa” da quegli “uomini multicolori rinchiusi sempre nelle loro celle senza sapere cosa c’è là fuori”. Lolli è spietato, come d’abitudine. Si dichiara prigioniero politico, canta di mancanza di amore, dei cambiamenti in atto, ma anche di Resistenza ("Sai com'è", scritta con la complicità di Marino Severini, è dedicata al partigiano Giovanni Pesce) e vecchi amori messi male. Poetico, sinceramente spleen (“Non sogno più e dovrei”, spiega in “Non chiedere”), cita Francesco De Gregori e Fabrizio De Andrè (“Raggio di sole”), prova a fare i conti con la morte, a descrivere gli sguardi (“Quanto amore sprecato negli autobus, tra gente che potrebbe volersi bene”) con quella voce piena di “granchi, ragni, rane e altre cose un po’ strane” che, a tratti, diciamolo, paga un po’ di stanchezza (”Invecchiare va bene, sì, ma adulto mai”).

La band segue la poetica lolliana con attenzione (probabilmente, anche con una consapevole devozione), immergendola in atmosfere per lo più delicate, ben lontane dalla freschezza del disco degli zingari, morbide ma allo stesso tempo dense di suoni non certo innovativi ma, in compenso, puliti e a loro modo perfetti, divisi come sono tra (notevole) tecnica e passione. Assicurate dall’immancabile Paolo Capodacqua alla chitarra acustica o da Paolo Del Gaudio al basso e contrabbasso, tanto per citare i nomi più noti della line-up. Degno di nota l’artwork dell'album, curato da Enzo De Giorgi, ideatore e realizzatore del videoclip del primo singolo, ispirato dalla title-track.

 

 

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