19/06/2017

Ho scoperto Andrea Laszlo De Simone inciampando nel video di “Vieni a salvarmi”: un coup de foudre che non ha lasciato scampo, l’epifania di un cantautore che, verosimilmente a cavallo di una magica macchina del tempo, unisce un retaggio battistiano alla mistica contemporaneità di un suono dilatato e un pensiero puro, l’analogico e il digitale, l’immediatezza della presa diretta con l’eternità di un concetto immortale. Il subitaneo innamoramento era inevitabile, visto che con “Uomo Donna” parliamo d’amore, della sua struggente sacralità come dei suoi quotidiani rovesci, in un reciproco rincorrersi di anime che, il più delle volte, non si incontreranno se non per dirsi addio. Perché chi ama sa bene della solitudine, di quel deserto metafisico fatto di continui ritorni e abbandoni che spogliano un corpo lasciandogli solo la forza, e la speranza, di incanalare il dolore in poesia.

De Simone è un artista non allineato, in qualche modo indefinibile nella sua originalità, che si bagna bene nella tradizione, nuota nel pop e nella psichedelia. È diretto e al tempo sfuggente, asciutto eppure a tratti orchestrale. Il suo album d’esordio è un percorso intimo che si svolge interamente nei confini precisi di un uomo mentre si specchia negli altrettanto precisi lineamenti di una donna, cercando la misura esatta tra l’avvicinarsi e il repentino allontanamento e assorbendo tutta l’energia che questo movimento produce, per portarlo all’esterno con una sincerità che non aspira mai al tormento enfatico quanto al semplice racconto del ciclo vitale di un sentimento. E di un sentimento “Uomo Donna” è suite, fatta di tempi irrequieti ma regolari, come i battiti che, ora più lenti ora accelerati, conducono comunque a un’improvvida esistenza.

Dall’inizio del brano omonimo, che apre l’album col rumore di un treno che ricorda quei saluti in stazione che segnavano la fine di un sogno e il principio di una marea montante di ricordi, ci si immerge in un panorama sinfonico che mescola con incredibile savoire faire il già citato Battisti, i Beatles e Iosonouncane, e ancora il prog, il rock, le aperture e chiusure spiazzanti che cedono inermi alla bellezza, ora noise, ora puro divertissement, voci dalla tv, galline, un bimbo che ride, alterazioni sensoriali. E potrei aggiungere Radiohead, Tame Impala, Verdena, ma non servirebbe a nulla, perché De Simone è De Simone, e non è soltanto questione di stile, timbro e modo di porsi. È un bagaglio, un paesaggio, è una visione: Laszlo è un visionario, uno che riesce a trasportare se stesso attraverso i suoni e le parole, e a raggiungere tutti. E questo non significa che la sua musica sia immediata, anzi: ogni traccia, dalla meravigliosa “Meglio” e il suo ”ti amo” che sembra venire fuori direttamente dalle stille di un ultimo bacio, agli arpeggi dolcissimi di “Che cosa”,  che potrebbe essere uno di quei brani di un vecchio Sanremo in bianco e nero che arrivano penultimi per diventare poi dei classici. Ogni canzone va riflettuta, bevuta, pizzicata nel suo lungo minutaggio che sfida i canoni senza appesantire mai.

“La guerra dei baci” è irresistibile, talmente fresca ed elettrica da diventare l’antitormentone estivo, antidoto alle brutture che girano in radio durante la bella stagione: basta cantare a squarciagola in auto “Ma che meraviglia stare con te in una guerra di baci” e si annientano in un secondo tutte le summer hits più improponibili. Aggiungi la morbida, estemporanea felicità di “Fiore mio” coi suoi beat sixties e il sapore delle prime ombre dopo chilometri di sole, l’incisiva “Sono solo un uomo” che gioca coi bassi per scavare in profondità e usa i doo wop per cercare di risalire; l’allegra baldanza di “Questo non è amore” con la sua spudorata franchezza d’amore tradito, “per essere sincero mi devo confessare io non ti posso amare ed ora sto un po’ male”, consolata dai cori in falsetto. La particolare chiusura è affidata a “Sparite tutti”, il brano più denso che si svolge come il filo di una matassa malinconica riavvolto in un gomitolo di piccole lacrime che non si possono frenare, a volte.

Il primo vero album di Andrea Laszlo De Simone, dopo un timido esordio nel 2012 con “Ecce homo”, è così trascinante, vitale e pieno di canzoni bellissime che non si può fare altro che consigliarne l’ascolto: un esperimento magico che genera di passo in passo meraviglia, e chi ama sa bene del potere salvifico della musica e dei suoi incanti.

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