27/09/2017

"Sucami la nicchia".

Il francesismo qui sopra è il benvenuto da tarantolato che Giovanni Succi proclama all’inizio del suo nuovo disco, “Con ghiaccio”. D’altronde un veleno resta tale anche se lo allunghi - per l'appunto - con ghiaccio. Magari può sembrare più fresco e chic, come quei beveroni colorati e tardopomeridiani che necessitano di bicchieri scomodi e di unghie curate per essere gustati appieno. Ma poi l'intruglio giunge alle viscere, le scuote un bel po' e dunque il risultato vien da sé, con o senza ghiaccio. Questo per dire che il Succi annacquato è pur sempre in grado di metterti ko senza tanti complimenti.

Che uno degli scopi di "Con ghiaccio" sia - chissà - quello di farti fesso è evidente proprio dal primo brano, "Artista di nicchia". È una sorta di prologo ossessivo e contorto in cui Succi si diverte a importunarti con mille parole vere o verosimili finché non resti lì, con la tua nicchia in mano, così piccola e inutile, cercando di capire che cazzo è successo. Autoironia? Sarcasmo? Polemica? La risposta non può essere una sola: Succi ama comunicare in maniera chiara e diretta, ma è anche un autore che instilla il dubbio e capovolge le prospettive senza che tu te ne accorga. È forse il suo più grande pregio: non scrive mai testi a caso e sembra sempre pronto a darti addosso se non sai stare alle sue regole, che poi è una sola, ovvero non dare nulla per scontato.

È interessante notare come l'album cambi radicalmente registro a seconda della vicenda da narrare. L’architrave di “Con ghiaccio” è infatti lo storytelling: Succi è alle prese con un lavoro di totale messa a nudo che ricorda il realismo a tutti i costi di Mark Kozelek. "Elegantissimo" potrebbe essere uscito da una delle storie di "Benji" di Sun Kil Moon: si serve di una melodia struggente per descrivere la stanchezza di un uomo che dopo un concerto vuole solo lasciare il locale e andare finalmente a dormire. In "Bukowski" invece è un beat rallentato e minimale a scandire rime e ricordi. Pare lo sfogo di un bluesman alle prese con il linguaggio dell’hip hop: assediato da un suono cupissimo, Succi racconta i suoi anni Novanta incastrati tra reading sperimentali e velleità artistiche ancora da provare.

"Il giro" - forse il vero cardine dell'intero disco - ha bisogno di una progressione alla "Heroin" dei Velvet Underground per inserirsi benissimo nel caos, nella ressa, nel delirio di un paese in attesa del grande evento. "Satana" ha un'anima seducente, duale e ambigua: nasce folk e muore post punk, una formula che si adatta perfettamente alla drammaticità di alcune figure che la religione non sa mai catalogare davvero - vittime, carnefici, forse entrambe le cose, forse nessuna. Ecco, “Con ghiaccio” è un lavoro che ti costringe a un ascolto attento e dedicato. Sarebbe facile tenere in sottofondo questi pezzi - come per esempio “Remo” - che sanno essere accattivanti e orecchiabili in un modo tutto loro. Ma Giovanni Succi è un compositore che si occupa molto dei dettagli e delle virgole: lì - da qualche parte - che c’è la chiave di lettura di un album bello, che va ben oltre ogni nicchia, vera o presunta che sia.

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La recensione Giovanni Succi - Recensione - Con Ghiaccio di Manfredi Lamartina è apparsa su Rockit.it il 17/07/2019

Commenti (1)

  • bimbagatti 30/04/2018 ore 08:54 @bimbagatti

    Bellissimo l'album, strepitoso il live: Succi è un musicista livido e maligno quanto basta... con ghiaccio e anche senza. Lucidissimo. Davvero da non perdere.

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