11/01/2018

In principio fu la collaborazione con i La Crus, mentre il virus della poesia continuava a  spingere dal di dentro, poi l’amicizia con Cesare Malfatti a chiudere il cerchio. E un disco, il primo in veste da solita, che esce mentre poco più di mezzo secolo di vita è già alle spalle. Il percorso di Luca Lezziero sarà stato anche lungo e tortuoso ma non si può dire che non sia stato lineare. Forse persino logico.

“Lezziero” è un album delicato e intimista, intriso di minimalismo e lentezze assortite. I passi sono felpati, le parole che lo racchiudono mettono in circolo storie e istanti da vivere, oltre a fotografie mai scattate, barche senza fiume, estati che non arrivano mai. Fa capolino qualche accenno di spleen (“la gioia si ostina a passare molto lontano qui”, recita “La bella illusione”), cementati dal tempo che passa e dagli attimi che aspettano solo di essere colti.

Il poeta/musicista milanese pensa alle chitarre, al piano wurlitzer e all’armonica a bocca, Malfatti, oltre alla produzione artistica, regala qualche (importante) tocco di elettronica e la musica di “L’estate che non c’è”, Vincenzo Disilvestro cura e arrangia gli archi. Nel mezzo nove canzoni cantate con personalità, intense e avvolgenti, in stile anni ’90, tra l’acustico e qualche accenno di elettrico. Non prive di poeticità, a volte dotate di appeal radiofonico (come “Soltanto un istante”), altre indirizzate alla ricerca della perfezione pop (“Le regole del gioco”). Mentre si trova il tempo di omaggiare gli Scisma (“(My) Jetsons high speed” è una rivisitazione di un vecchio brano della band di Paolo Benvegnù), rievocare Chico Buarque de Hollanda (“Oi che sarà”), parafrasare il Mogol battistiano di “Una donna per amico” (all’interno della già menzionata “Soltanto un istante”). Un bel sentire, anche se, forse, manca un pezzo davvero in grado di spaccarti in quattro. Arriverà, possiamo starne certi. Sarà sufficiente aspettare.

 

 

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