09/10/2017

Racconto, potenza, ostinazione. Basterebbero queste tre parole per parlare della nuova prova di Havah, il progetto solista di Michele Camorani (La Quiete, Raein), che qualche anno fa, senza dismettere i panni di batterista di due delle band hardcore più importanti non solo d'Italia, decide (“per chiudere in fretta i pezzi”, racconta) di iniziare un suo percorso solista evidentemente ispirato da quell'ondata che ricordiamo come shitgaze e che illuminò le menti di centinaia di musicisti sulle infinite possibilità che il solo avere un pc con Garageband installato poteva dare.
Dopo un disco in inglese, arrivano due prove e numerosi split in cui si adotta la linguamadre per veicolare il racconto. Da lì, quella memorabile pietra oscura che è “Settimana” non uscirà più dai nostri stereo, così come il successivo “Durante un assedio”.

Come suggeriscono i titoli, i dischi di Havah sono da considerarsi unità inscindibili, che danno vita a concept dal fascino conturbante. Se nel precedente disco le canzoni prendevano le mosse dalle storie di città teatro di suicidi di massa, il nuovo “Contravveleno” inizia dal racconto di un partigiano 12enne che scappa in un campo di zucche inseguito dal fuoco nemico. Da qui la prima parola, il racconto: Havah mette insieme storie di ordinaria resistenza, di eroi inconsapevoli, di uomini, donne e bambini costretti a difendersi (e uccidere, e scappare) contro guerre storiche e individuali.
Racconti veloci e dipinti con un senso di inquietudine e ineluttabilità costante (“Ci preoccupiamo di non dare nell'occhio / I nostri movimenti ci mettono in pericolo / La schiena è troppo dritta / Camminare sul bagnato / Dormire, scherzare, mangiare, scavare”), con un senso del pericolo sempre ben presente (“Non ti rialzare mai / Finché non li hai visti passare / Non ti rialzare / Trova anche un modo per respirare a faccia in giù”).
Racconti potenti, da qui la seconda parola, potenza: le storie di resistenza di Havah sono storie di potenza personale, calate nel bianco e nero di uno stile ormai riconoscibile, fatto di grandi riverberi, chitarre nebulosissime, voci ultraprocessate, che sin dal primo disco, e anche in questo “Contravveleno”, pongono Camorani in una posizione sopraelevata rispetto al racconto stesso. Svuotando le parole (anche quelle in prima persona) di intenzioni e intonazioni, e preferendo una forma asciutta di cantato, Havah lascia che sia l'ostinazione della musica a trasmettere quel senso di asfissia e paura che permea tutto l'album.

La terza e ultima parola è dunque ostinazione: l'ostinato è la caratteristica più evidente dietro l'idea musicale di questo album. La ripetizione martellante (“Un nuovo meccanismo”), i riff a spirale (“Rasentando i muri”) e il sound cavernoso e tellurico incombono sull'ascolto come quei nemici nel campo di zucche, come gli spari in lontananza. Anche quando l'aria si fa apparentemente rarefatta, come in “Problemi elementari”, in realtà l'atmosfera, come l'acqua, va a riempire gli spazi vuoti da sé, tanto che non si arriva mai a una rarefazione vera e propria. Agli antipodi, si pongono invece i brani in cui Havah sfodera tutto il suo esercito di chitarre e synth che tanto devono al post-punk in particolare di Psychedelic Furs (“Strade più buie”) e Blank Dogs (“Al di fuori del male”).

Di dischi che raccontano storie ce ne sono molti, di dischi potenti alcuni, di dischi ostinati meno, di Havah, invece, ce n'è uno solo qui da noi.

Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati