27/11/2017

Lo confesso: quando ho ascoltato “Occhiaie” di Galeffi per la prima volta non mi era piaciuta. Peggio. Ne ho parlato pure male. Avevo percepito l’apparente banalità del testo, come un tentativo un po’ paraculo di farsi piacere. Anche se, ripensandoci, forse qualcosa di buono si poteva intravedere dagli arrangiamenti e dalla scelta delle melodie. Ma quando ci si ritrova ad ascoltare un testo che dice “Regalami una moka per favore / Così mi sveglio accanto a te / Baciamoci tutte le ore / Come fanno le lancette / Tic tac” restare basiti per qualche tempo è inevitabile.
Poi mi è capitato tra le mani “Scudetto”. E ho capito.

Nel 1957 Tony Dallara cantava “Come prima” e negli anni successivi una serie quasi infinita di Piero Focaccia con “Io non ho che te”, Dino con “Te lo leggo negli occhi” o il grande, tristemente scomparso, Maurizio Arcieri – in arte Maurizio, poi membro dei New Dada e del duo Krisma che nel 1968 cantava “Cinque minuti e poi” – tempestavano la scena musicale italiana con testi di una semplicità disarmante (approfitto per ringraziare mio padre per la consulenza sui nomi dell’epoca).
Ascoltando “Occhiaie”, se si è dotati di un minimo senso del gusto e del banale, ce lo si chiede all’istante: ma questo ci è o ci fa?
La risposta è una sola ed è bello che sia così: ci è.

Basta pochissimo. Ascoltando “Tazza di te”, ad esempio, è un attimo e ci si ritrova in un batter di ciglia in anni a noi lontanissimi. Quelli di “Guarda come dondolo” di Edoardo Vianello o di “Venti chilometri al giorno” di Nicola Arigliano, per intenderci. Sembra imbarazzante, a tratti, soprattutto quando i brani scivolano senza pudore in testi al limite dell’elementare. Invece è proprio questa la forza di Galeffi, che irrompe con parole che di certo non brillano per sagacia o impegno, ma che di buono hanno che sono in grado di spalancare varchi spazio/temporali. Sempre in “Tazza di te” ad esempi si parla di matrimonio: una parola ormai d’antan. Sulla stessa linea è anche “Potter - Pedalò”, che cita addirittura gli oblò anni ’80 della “Luna” di Gianni Togni. “Quasi” rappresenta l’ultimo baluardo indie, senza parole né voce, incantevole, dove gli anni in cui viviamo fanno capolino brutalmente dietro a linee strumentali solide, interrotte però subito da “Camilla”, brano anche questo immerso nel medesimo bagno di semplicità delle tracce che lo precedono. Forse il pezzo più debole e meno innovativo di tutto il disco.

In assoluto la migliore canzone di “Scudetto” è “Polistirolo”, delicata, con una punta di innovazione in più rispetto a tutte le altre tracce: e qui la produzione di Alessandro Forte (Mòn) e Federico Nardelli (Gazzelle) si sente forte come un sigillo. Stesso discorso per “Puzzle” e “Pensione”, in cui fa capolino anche la presenza di certo Cremonini d’annata, così come in “Burattino”. “Tottigol” chiude un album che ci rivela un vero talento emergente, firmato da un’etichetta che, nell’ultimo periodo, non ha sbagliato un colpo.

Di questi tempi non siamo più molto abituati alla semplicità. Politici, istituzioni, ambienti professionali, rapporti umani: chiunque tende a complicare sempre tutto. Ed è un vero peccato. Steve Jobs ce l’ha insegnato: la semplicità vince sempre. Di quella semplicità che, per capirci, anche un bambino potrebbe. Stay hungrystay foolish, sì certo. Ma, mi verrebbe da dire – e ce l’ha detto anche lui, indirettamente, se non altro attraverso gli oggetti che ha concepito – per farsi notare restando veri, soprattutto oggi, stay simple. E Galeffi questo lo sa fare bene.

Tracklist

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Commenti (2)

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  • Natan Salvemini 29/11/2017 ore 11:58 @natan.salvemini

    Ti ringrazio del commento.
    Un certa influenza, derivata dalla scena romana, è indubbia e ovvia.
    La voce in “Pensione” però non è di Calcutta.

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