27/11/2017

Esistono pochi artisti italiani che, quando annunciano un nuovo disco, ti domandi «Chissà che disco farà stavolta». Cesare Cremonini è uno di questi.
Merito di un approccio abbastanza privato col mondo dello showbiz, ma anche della sua insaziabile curiosità musicale. “Possibili Scenari” è il suo sesto disco e - diciamolo subito - non rimescola le carte, le consolida. Rafforza l’estro attraverso un lavoro di produzione certosino (del sodale Walter Mameli) e un labor limae nei testi e negli arrangiamenti, dove è evidente una certa voglia di perfezionismo. Ma anche che “Possibili Scenari” è un lavoro nato senza fretta, fatto di guizzi e ispirazioni subitanee ma anche di una conseguente ricerca de le mot juste.

“Possibili Scenari” non è un disco così scontato, in questi tempi low-fi e retromaniaci. Dopo il successo di “Logico”, Cremonini ha voglia di confermarsi un autore che va oltre le ballate. Adesso serve essere chiari: deve anche far ballare, sennò gli stadi mormorano. Ed ecco dunque la title track, “Kashmir-Kashmir”, “Un Uomo Nuovo”, che confermano una volta in più l’innato e viscerale amore per la vita e per le sue cadute. Una celebrazione palpabile anche nel primo singolo, “Poetica”, un vero capolavoro di canzone che abbiamo imparato a definire sanremese (chissà come sarebbe stato ascoltarla dal Teatro Ariston una sera fredda di febbraio), con archi, chitarre, pianoforte, ritornello da crooner e accendini (ops, smartphone) che illuminano il Dall’Ara. È inutile, sono le ballate che confermano Cremonini un numero 10 che non sbaglia i rigori.
“Nessuno vuole essere Robin” è un piccolo gioiello (nonché la preferita dello stesso Cremonini), «Quanti inutili scemi per strada o su Facebook che si credono geni ma parlano a caso mentre noi ci lasciamo di notte e piangiamo poi dormiamo coi cani» è una frase così, buttata lì, nemmeno la più bella o iconica del disco, ma questa banale contemporaneità resa canzone cela la forza del suo valore artistico. Si vede che Cremonini è uno che passeggia tornando a casa la notte, distratto fuori perché concentrato dentro. Un uomo delle cose semplici e lievemente solitarie come non è più di moda essere se sei un artista giovane con vent’anni di carriera. È in queste passeggiate che nascono queste odi a un femminile evanescente, impalpabile perché universale.

Quando ho recensito “La teoria dei colori” su questo magazine, avevo scritto che Cremonini era una versione moderna di Francesco De Gregori, aggiungendo che il cantautore romano non ha avuto vita facile, anche a causa del suo scarso schieramento politico, del suo guardare all’America. Mentre buona parte del cantautorato italiano faceva canzoni belle per i carri in capo alle manifestazioni, De Gregori parlava di cugine del dottore. E gli tiravano le arance. Per qualcuno il paragone era esagerato: si parla sempre di uno che cantava di Vespe, marmellate e cose del genere. A Cremonini non tirano le arance, ma spesso si è parlato della difficoltà di incasellarlo, di mettere dei paletti alla sua poetica (sic) e al suo ruolo nella discografia italiana, divisa tra urlatori, rapper finto ribelli e inseguitori del trend pop tanto caro a chi sbanca le classifiche estive (cosa che a Cremonini comunque riesce sempre). Ma voi fate partire “Sardegna”, contenuta in “Maggese”, e ditemi che cosa sentite. Ed è vero che di De Gregori ne nasce uno ogni milione, ma forse era ora che nascesse.

In “Possibili Scenari” si sentono anche le eco dell’indie italiano, di certi slanci panmusicali à la Jovanotti, soprattutto per la voglia di contaminare la canzone italiana con certi sound molto cool Oltremanica e questa volta Oltreoceano. In “Silent Hill” ci sono i Chemical Brothers (quelli beatlesizzati da Noel Gallagher in “Let forever be”) e i Pink Floyd; e poi le tastiere anni ’80, ma anche gli Smiths e i Travis in “Il tuo matrimonio”; il folk veloce e modaiolo de “La Isla”, le citazioni dirette a “Rock the Casbah” in “Kashmir Kashmir”. “Un uomo nuovo” e “Possibili scenari” poi, sono vicini alla scuola torinese (Subsonica, Cosmo). Ma quello di Cremonini non è un tributo, mai. Anche quando torna la sua filìa per Beatles e McCartney, è sempre più ripulita da ogni citazione e, in un percorso lungo ormai quindici anni, sempre più cremoninizzata. È questa la forza di Cesare: prendere, ascoltare, ispirarsi da tantissimi stili, rendendoli solo e unicamente Cremonini.

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La recensione Cesare Cremonini - Recensione - Possibili Scenari di Teresa Bellemo è apparsa su Rockit.it il 24/08/2019

Commenti (2)

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  • Simone Mangiante 28/11/2017 ore 12:45 @iuza84

    Vorrei sottolineare la collaborazione (soprattutto ai testi) di Davide Petrella, che seguo dai primi tempi de Le Strisce e che spesso passa inosservato come co-autore. Da molto tempo amico e collega di Cremonini, lavoro' al suo fianco gia' in Logico e la sua mano si sente bene.

  • mattejo 28/11/2017 ore 18:03 @mattejo

    Nessuno vuole essere Robin - soprattutto per il testo - è la cosa più vicina a Lucio Dalla che si sia sentita negli ultimi 15 anni, compresi gli ultimi lavori del grande Lucio.
    Questo è un disco con brani bellissimi e trascinanti (Un uomo nuovo) ma anche con pezzi meno riusciti come Kashmir-Kashmir e Silent Hill.
    La teoria dei colori resta il lavoro migliore di Cesare, ma avercene di dischi come questo.

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