12/03/2018

Finalmente, dopo sette anni d’attesa, tornano sulle scene i Public con un lavoro che lascia il segno grazie a un’impronta estremamente personale e uno stile eclettico non curante delle mode. Se il disco precedente, “Oracolo”, rivelava un’attitudine più autunnale e soffusa, quasi sospesa - in virtù di arrangiamenti sofisticati (basti pensare all’uso dei fiati) e una certa malinconia di fondo -, “Isole” rappresenta sicuramente un momento di svolta, ribaltando la prospettiva e dischiudendosi come primavera, frizzante e irrequieto, veloce e immediato, ma non per questo facile, anche grazie alla sapiente produzione di Max Trisotto.

Si potrebbe pensare ad un ritorno alla freschezza delle prime soluzioni sperimentate nel disco d’esordio, arricchita da una maggiore compattezza e complessità delle soluzioni musicali, in un continuo trasfigurarsi che mai perde l’equilibrio. La voce di Paolo Beraldo (già voce dei Northpole) al solito lambisce e intriga, intesse atmosfere come ricami su testi spesso volutamente essenziali, allusivi, perfetti per esser completati da chitarre a tratti ironiche a tratti evocative e ampie come laghi. Le isole del titolo sono dieci tracce che rappresentano un arcipelago di microritratti sbozzati, veloci schizzi che rivelano un’attitudine nuova del songwriting, di sicuro meno narrativa. A episodi di vita sentimentale - che caratterizzano soprattutto la seconda parte del disco - si alternano dunque momenti più corali, repentini affondi nella vita quotidiana e gli smarrimenti che porta con sé.

Se in “I titoli sono importanti” e “Sciami” il disorientamento personale e collettivo (“inspira, ispira, espira, espia/tutte le colpe del mondo” come anche “come vedi siamo sciami”) non si risolve in una resa ma sfocia in una nuova (auspicata) consapevolezza, e l’urgenza la dà una sezione ritmica trascinante, “Apnea” va oltre, esplodendo come una rivelazione (“vedi il tuo grande destino/prima dell’apnea”) in un rapinoso crescendo che ne lascia intuire la splendida riuscita dal vivo. Lo stile più franto ed ellittico dei testi, i molti verbi all’infinito e quel “tu” - che è un po’ traccia distintiva delle liriche - letteralmente lievitano grazie al felice matrimonio di linee vocali sinuose, mai scontate e chitarre sempre suggestive e ficcanti. E allora è bello immergersi nella seconda metà del disco, dove non mancano sacrosanti momenti liberatori (“Il momento giusto”), attrazione e giochi amorosi, pelle e sguardi (“Quello che mi piace di te”, “Nel tuo letto”).

La menzione d’onore la merita “Immagino”, che apre a vastità inaspettate, in un gioco di specchi ritmato da un basso incalzante e riff a ondate: la serie di istantanee incede e si scioglie in un canto a tratti ipnotico, invitante, e pare di tuffarsi nelle acque dell’immaginazione come nell’Atalante di Jean Vigo. L’ultima traccia, “Spopola”, pare poi un viatico per questi italici giorni di promesse e retorica malnate e mal(e)fatte, dal vago eco battistiano, e conferma l’indole nervosa ed energica di un disco davvero fresco, che sa fondere il pop-rock più tradizionale e impaziente con innesti blues e levigate venature soul, pur mantenendosi nel solco tutto italiano del cantautorato colto.

“Isole” è proprio questo: una immersione, totale e felice. Non perdetelo.

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