19/10/2018

Io sono uno dei pochi artisti ‘realmente’ indipendenti in Italia [...]. Senza retorica, a me non è mai piaciuto leccare il culo o cercare la cerchia ‘giusta’, odio le lobby, a me interessa la musica[...]. La musica per me non è mai stata un ‘lavoro’. Ed è una benedizione che musica e lavoro non coincidano, in quest’epoca! La musica è espressione artistica al massimo grado e, in ultima analisi, una malattia. L’artista è un malato, non ha scelta. È difficile capirlo per chi non ha questa patologia”. Così confessava candidamente il buon Herself al nostro Manfredi Lamartina in occasione di una sua vecchia intervista pubblicata su queste stesse colonne la bellezza di tre anni fa. E come biasimarlo? Del resto, non è forse vero che gli artisti più sono “malati” più a noi piacciono?
Insomma, come si fa a non provare affetto per un artista del genere? Un musicista che senza mai snaturarsi ha continuato, per la propria strada, a raffinare la qualità con altra qualità fino a modellare una forma tutta sua di alt-folk soffusamente psichedelico e dalle morbide cartilagini pop, tanto candidamente devoto ai grandi padri del genere quanto sotterraneamente pungolato da una ben celata agrodolcezza caratteriale tutta siciliana.

Vero, anche a questo giro, intrappolati tra un accordo e l’altro, ci sono personcine come Nick Drake, Mark Linkous e Will Oldham a giostrare gli umori, ma forse mai come adesso la ricorrente desolazione di strade lontane si era ritrovata tanto saldamente imparentata con fascinazioni siderali da generare un così stralunato impasto immaginifico, fatto di ammaliante malinconia (”Bark” su tutte), perdizione onirica fuori dallo spazio-tempo e provvidenziali punti luce melodici messi lì a contrappuntare un lirismo corvino e oltremodo tormentato (“Everything is good everything is fine / Everything is nice and you're gonna die / Everything is good everything is bad / When everything is clear, I see black” – la conclusiva “Treats”).

Quella incarnata da “Rigel Playground”, alla fine, è un’umanissima tribolazione interiore (e, come tale, hemingwayanamente anche un po’ nostra) sviscerata all’interno di un livido cromatismo elettro-acustico che – pur sempre nel perimetro della bassa fedeltà – riesce sapientemente a spaziare dalle acidità beatlesiane di “Crawling” alle tentazioni wilchiane di “In The Wood” (l’episodio meno (tra)sognante del lotto), passando dall’albionico lisergismo di “The Witness” fino alle visionarie tinte cobalto di quella splendida “The Beast Of Love” che in appena sette minuti sembra affratellare sotto lo stesso cielo stellato tutte le notti del mondo, a onor del vero anche per merito della voce di Jonathan Donahue dei Mercury Rev.
Un disco breve ma intensissimo, dunque, che ribadisce nuovamente quanto Gioele Valenti continui a impersonificare – come forse pochi altri in Italia – un collaudato, quanto sofferto, “ponte per l’altrove”.

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