05/10/2018

Nella loro lunga carriera gli Üstmamò hanno esplorato direzioni diverse, partendo dal post-punk delle origini al rock alternativo e al pop, fino alle influenze sempre più voluminose di elettronica e trip-hop, con la voce delicata e sicura di Mara Redeghieri come inconfondibile marchio di fabbrica. Erano gli anni '90, fecondi e innovativi, in cui la band reggiana prendeva parte all’esperienza de I Dischi del Mulo, da cui sarebbe nato il Consorzio Produttori Indipendenti.

Da quando sono tornati, privi della storica cantante ma con ritrovata voglia di stupirsi, gli Üstmamò non hanno risparmiato sulla voglia di sperimentare e hanno deciso di lasciarsi guidare dall'istinto delle loro ispirazioni. Lo hanno fatto con "Duty Free Rockets", che nel 2015 apriva una nuova fase sia nei componenti effettivi, passati ad essere trio, che nelle sonorità, vicine al rock d'oltreoceano, dal folk al blues, con cantato in inglese.
Lo fanno ancora oggi con "Il giardino che non vedi". Un disco essenziale e intimo in cui Luca Alfonso Rossi torna alla lingua madre utilizzando parole selezionate con attenzione e cura.

Se è vero che «Ogni disco è diverso, ogni disco prende la sua strada. Noi dobbiamo seguirla» come dichiarato dalla stessa band presentando il crowdfunding su Musicraiser per la realizzazione dell’album, quella percorsa è una direzione che porta a orizzonti profondi e personali. Perché "Il giardino che non vedi" è un disco in cui non c’è nulla di superfluo e di ammiccante, a costo di incappare in inevitabili cali di ritmo ma non di intensità.

Ad emergere sono le radici, sia in termini musicali che nel significato dell’opera: un atto di amore nei confronti dei luoghi della loro vita, del pezzo di mondo che li ha ispirati e fatti crescere, che diventa legame indissolubile a cui non si può più sottrarsi: «Siamo di un posto che abbraccia, tiene al sicuro, non ammazza» (“Siamo di qua”) . Un’energia pulsante che si manifesta in modi sempre diversi: dalla forza autentica e immediata di brani come “E sai cosa c’è”, “Sono andato nel campo” , o "Piccola nave" a quadri profondi e luminosi come “Luce mai riposa” e "Il buio sospeso". Nei momenti più sperimentali e probabilmente meglio riusciti come l'onirica "Una volta era meglio" e "Ali vive libero", la cui intensità risuona come un mantra, o nella dimensione cupa e ricca di passione di “Vieni avvicinati”.

Nella loro ritrovata forma, gli Üstmamò non inseguono mode o tendenze, non hanno obiettivi specifici se non il bisogno di esprimersi assecondando il loro istinto, i loro desideri, le loro capacità. A restare invariata è solo l’abilità di scrivere delle belle canzoni.

Commenti (1)

  • Giulio Pons 2 mesi fa @pons

    Molto diverso dagli Ustmamo che avevo in testa. Anzi è totalmente un'altra cosa. Piccola nave è la mia preferita.

Aggiungi un commento:


ACCEDI CON:
facebook - oppure - fai login - oppure - registrati