30/11/2018

Dalla cornucopia di Carmelo Pipitone non vengono fuori solo fiori, frutti e simboli di abbondanza e prosperità. La cornucopia di Carmelo Pipitone, più che da un quadro idilliaco popolato di mitologiche figure che danzano in un mondo dove scorrono latte e miele col favore degli dei, pare venire da una rappresentazione sì classicheggiante e mitologica, ma anche sporca, umana (troppo umana), tribale, affollata, rumorosa, contraddittoria.

Il “viaggio”, come lo chiama lui, “di un piccolo uomo tra i vicoli sporchi di una città” che è raccontato nel suo esordio solista – che arriva a breve distanza dal bel debutto dei Dunk, con Luca Ferrari e i fratelli Marco ed Ettore Giuradei – dura meno di mezz'ora, ma sono minuti densi di vertigini sonore che attingono ai canoni della musica popolare – folk e tradizionale più che pop-ular – e alla mitologia per raccontare storie e personaggi più veri e attuali che mai: camminate frenetiche e tribali per strade tanto caotiche e minacciose quanto vive, come quella di “Vertigini a cuore aperto”, e poi incontri con stranieri che ci somigliano più di quanto siamo disposti ad ammettere, e per questo forse ci fanno tanta paura (“Come tutti”) e con un potere che logora anche chi ce l'ha, fughe per perdersi meglio, preghiere blasfeme... Una brevità che ha il gusto nervoso dell'urgenza di cantare “il buio, la notte, il gelo, il freddo e il pentimento, di matti abbandonati, di viaggi sospesi e incerti”.

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