15/05/2019

Ripudiare quasi del tutto violini, violoncelli e arpe per spalancare le gambe al rock, con la tonificante complicità delle chitarre. Del resto sei lunghi anni di latitanza dalle scene musicali possono portare comprensibilmente anche a ripensamenti stilistici di questo tipo.
E così il combo bolzanino, dopo le rarefazioni american-folk del proprio debutto (“Bread and Butter Flies”), sposta il baricentro melodico del suo nuovo progetto sulle versatili chitarre elettriche di Michele Baldo senza però rinnegare l’originario approccio analogico/minimale alla composizione dei brani.
A suo modo una semplice riscoperta della tradizione rock da parte di chi il rock – in un certo senso – lo aveva sempre scrutato da una prospettiva piuttosto defilata, nascondendosi dietro l’intimismo romanzato degli archi e delle narrazioni.

E dunque, a eccezione della struggente “Oyster Flesh” e del country romantico di ”Gold”, dove il folk degli esordi sembra per un attimo tornare nitidamente a galla, le restanti sette tracce di “The Minimal Banquet” trasudano vibrante elettricità, scheletrica, sì, ma provvidenzialmente cangiante: talvolta spensierata, come in quella “Adeline” che sembra un divertissement distillato dai Blondie di “Denis / The Tide Is High”, talaltra sfacciata, come nell’electric tango di “The Man On The Chairlift”, o semplicemente intrisa di malinconia crepuscolare à-la Devics come nell’atmosferica “Nocturne”.
Un disco che gira a puntino e che a tratti sa pure alimentare misurate suggestioni pop-cinematografiche (tra un Finn Andrews, una Emiliana Torrini e i Cowboy Junkies), grazie anche alle alchimie vocali di Simone Gelmini, Michela Campaner e Arianna Merlino e a quel loro cuore di sognatori ancora affezionato, nonostante il deciso cambio di rotta, ai chiaroscuri di certa provincia americana.

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