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RECENSIONE
27/09/2005 di Huyhnhnm

Caro Alessandro Grazian, se qualche furbetto non avesse buttato lì con studiata nonchalance che era in uscita il primo disco di un giovane cantautore padovano “tra De André e Jeff Buckley”, probabilmente lei non avrebbe mai ricevuto questa lettera. Ma la curiosità è una febbre che non scende tanto facilmente, e così, anche solo per poter replicare “La prossima volta sparatele meno grosse”, è cominciato il giro delle sette chiese. Peccato che qualcuna fosse chiusa per restauri, qualcun'altra non molto più di un riparo dal solleone.

Qualcosa però si è comunque riusciti a vedere, nell'attesa di poter ascoltare. Il suo viso da adolescente (eh no, non glieli si darebbero i suoi 28 anni o giù di lì), delicato e androgino come e più dei volti che dipinge, caratterizzato dal loro stesso, dolente stupore in qualche immagine un po’ sfuocata, quasi fosse l’unica immagine che voglia dare di sé (“mi nascondo sotto ai miei lineamenti”, avremmo trovato in “Prosopografie”).

C’erano anche tracce di un album attribuito a spoglie non mentite - da Alessandro Grazian ad AG il passo è breve -, ma comunque parzialmente celate, quello di sola chitarra elettrica per l'intervento di danza ambientale “Onde” a Campo San Giacomo da l'Orio, Venezia (non sarà una cosa tipo “Metal Machine Music”, vero?). E c’era un elenco di premi, anzi, di primi premi anche d’una certa importanza vinti tra il ’98 e il 2002, quando lei probabilmente ha deciso che i concorsi vanno bene soltanto per chi al massimo può ambire a piazzarsi secondo.

Poi è arrivato “Caduto”, il disco, e come sempre succede quando non si può subito farlo sparire nel lettore, “intanto leggiamo i testi”. E i suoi testi, ma non è stata una sorpresa - sono belli, poetici e profondi. Certo, anche esagerati, compiaciuti, autoreferenziali. Del resto, Grazian, lei è un cantautore degli anni Settanta che utilizza sonorità da camera degli anni Duemila, e quindi non poteva essere altrimenti. Ah, fortunatamente non è De André, s’intende uno di quei cloni che nessuno ha il coraggio di chiamare - dal più famoso in giù - cover man come si meriterebbero. Mostra però di aver ascoltato più di una canzone francese (i tasti del computer scrivono da soli: “Novizio”, “Serenata”), e lo sanno anche i sassi che senza Brassens, De André sarebbe stato un altro, magari non il trasognato giovin cantante di “Nuvole barocche”, ma un altro.

E chissà chi ancora avrà ascoltato e cosa le sarà rimasto attaccato al cuore e ai polpastrelli, chissà se non avrà mai sentito parlare - una citazione forse per gioco o forse per amore - di un cantautore esagerato e autoreferenziale come lei che si chiamava e salvo interventi all’Anagrafe dovrebbe ancora chiamarsi Mauro Pelosi… Che poi, creda, a non esagerare ci guadagna: “Santa Sala”, dedicata al suo giovane amico scomparso Stefano B., commuove e ristora, quegli “occhi speciali per vedere poesie/che chi sta bene non vede mai” provocano uno sguardo che non si dimentica, mentre il violoncello di Giambattista Tornielli e l’harmonium che lei suona con timida misura sono un tappeto di carezze.

Quando invece s’arrabbia con se stesso e si rivolta come un guanto, verrebbe quasi da chiederle se noi proprio non contiamo niente, se questa partita debba essere giocata tutta in famiglia, ma quale famiglia, un single “intristito dal non essere felice” come in “Vado a Canossa”. Comunque, complimenti: non solo per i testi (che pure qui e là - lo ammetta - hanno costretto la sua voce a qualche affanno di troppo per non farsi superare dalle parole), ma anche per l’elegante confezione (qui però non se la prenda se tiriamo in ballo pure Tornielli ed Enrico Gabrielli dei Mariposa). Tornando alla sua voce - e lasciamo stare Jeff, che era di un altro pianeta e appena ha potuto, vi ha fatto ritorno -, se la tenga ben stretta, e non si preoccupi di sporcarla, le volte che ancora sarà necessario.

Quanto alla fuga di “Via”, darsela a gambe alla fine del disco è un trucco che non le servirà. Anche perché c’è da credere che non resisterà alla tentazione di guardarci, riparato dai tendoni del palcoscenico. Pronto a tornare, abbozzare un inchino e ricominciare daccapo.

Tracklist

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