25/03/2019

Eccolo il disco pop, ecco Mirko che siede al tavolo dei grandi e non risponde ai messaggi della Zona Quattro. E ma te lo ricordi Dasein Sollen? Eh quella sì che era na roba diversa. Partiamo da questo, Dasein Sollen era una roba diversa, nel suo essere uno degli album più importanti degli ultimi anni di rap italiano. Diverso come è stato Io in terra, dove il flow diventava più solido, il suono più raffinato, il gusto più preciso. Già nell’ultimo disco di Rkomi l’urgenza aveva fatto posto alla scelta artistica.

Dove Gli Occhi Non Arrivano è un ulteriore passo, non in avanti o dietro, ma di lato. Se i due album citati cambiavano la rotta di quello che comunque restava l’orizzonte di Calvairate, stavolta il quartiere non c’entra. Non perché Rkomi voglia dimenticarsene, ma perché ha scelto di provare qualcos’altro. Perché questo, in fondo, è un disco pop. Con la copertina arancione fluo, con l’accenno di un mezzo sorriso e lo sguardo che non punta più verso la strada ma in un punto indefinito davanti a Rkomi, alle spalle dell’ascoltatore che guarda il disco, vagamente verso l’alto. Distraendosi da te, quello che vedi, quello che dici.

Gli arabeschi e le giravolte dei testi di Rkomi, che in un progetto come il suo restano la cosa più importante, non cambiano di una virgola da quello a cui siamo abituati. Con meno spleen e più sicurezza si raccontano i topos non del rap ma del pop, solo che lo fa come uno dei migliori rapper della sua generazione. La virata, quindi, non è tanto di Rkomi, che rimane lo stesso, ma di quello con cui ha deciso di confrontarsi, ovvero Charlie Charles, Jovanotti, gli amori, Ghali, le classifiche estive, le aspettative degli altri e di se stesso, Elisa.

Questa ricerca non è ancora abbastanza solida da tenere un impianto poi così coerente. Rkomi inizia a confrontarsi, con questo disco, con un mondo diverso dal suo, con una musica diversa dalla sua, con riferimenti che non sono i suoi. In tutto questo lasciarsi consigliare e ascoltare, soprattutto nei featuring, tende ad appoggiarsi sulla spalla di chi gli sta accanto e gli fa provare una cosa nuova. Il pezzo con Ghali sembra un po’ troppo un pezzo di Ghali, quello con Jovanotti un po’ troppo di Jovanotti e così via. Ma il disco scorre, ha un ascolto facile, e sposta qualcosa nell’antica arte delle contaminazioni. Non un disco epocale forse, ma un disco a suo modo importante, interessante e diverso. Un consiglio per Mirko, infine, è quello di fidarsi, sì, ma soprattutto di se stesso. Per ora, comunque, qua dentro ce n’è abbastanza.

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