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RECENSIONE
11/04/2019

Un po' come mettere in pausa il proprio senso più sviluppato, per vedere l'effetto che fa. Se pensi ai Virginiana Miller e alla loro storia più che ventennale, non puoi non pensare subito ai testi di Simone Lenzi. Forse anche sminuendo l'ottimo lavoro dei suoi compagni di band, ma la caratteristica primaria dei Virginiana è sempre stata quella di osservare il presente e di raccontarlo in modo diverso. Diverso da tutti gli altri, partendo da elementi minori, quasi insignificanti, mischiandoli con riferimenti e citazioni altissime e ottenendo canzoni da tre minuti belle da ascoltare e cantare, ma anche dotate di una compiutezza che a volte difetta a interi romanzi. Con The Unreal McCoy, primo album a 6 anni da "Venga il regno", i Virginiana Miller hanno messo in pausa questa capacità, scegliendo di abbandonare l'italiano per l'inglese.

Al di là della radicalità della scelta, in un momento in cui proprio l'italiano sembra garantire una spinta in più a priori, è una decisione che può sembrare un capriccio o peggio un esercizio di stile. Non è così, anzi: The Unreal McCoy è scritto e cantato in inglese perché non avrebbe avuto alcun senso se fosse stato scritto e cantato in italiano. Non un capriccio, quindi, ma una necessità artistica e narrativa.

The Unreal McCoy è il disco americano dei Virginiana Miller, nel senso che è interamente calato nell'epica della provincia statunitense. Dalle storie di cowboy contemporanei a quelle dei motorhome, è un album che parla di quei territori senza badare troppo al tempo, un po' come succede con Holt, il paese in cui Kent Haruf ha ambientato la sua trilogia della pianura. Le storie sono tra le più diverse, ma accomunate sempre dalla volontà di raccontare l'insignificante per farlo simbolo di qualcosa di più universale. Si dice che bisognerebbe scrivere solo di ciò che si conosce bene e questo spostamento di immaginario non sembra andare nella giusta direzione, ma qui arriva l'abilità di creare mondi: a livello musicale, il suono si fa più chiuso e tagliente del solito, ad accentuare i chiaroscuri, mentre il cantato di Lenzi mantiene il consueto timbro accentuato, che va a sottolinare i suoni più significativi, senza l'ossessione della pronuncia perfetta.

The Unreal McCoy è in tutto e per tutto un disco dei Virginiana Miller, ma ambientato all'estero, un po' come accade con certe serie tv di lunga vita, che ogni tanto si concedono una stagione diversa dal solito per variare sul tema. L'importante è che il tema rimanga chiaro e su questo non c'è dubbio: dalle praterie immaginarie fino ai rifugi antiatomici, troverete i Virginiana Miller di sempre.

Commenti (1)
  • maxavo 5 mesi fa

    Premetto che amo i Virginiana Miller dai loro esordi, da quel gioiellino che è "gelaterie sconsacrate" che mi conquistò e mi fece aspettare come un evento ogni loro uscita. Aggiungo che "E venga il regno" è, a mio parere, uno dei piu bei dischi italiani del decennio. Ciò nonostante, Questo disco proprio non lo digerisco.Non per la scelta del cantato in inglese, non solo quantomeno, ma per il risultato finale, che non giustifica l'operazione se non come un puro esercizio di stile, se non ,addirittura ,come un atto di snobismo. Si, perchè pensare che la scelta dell inglese sia per raggiungere un pubblico piu internazionale si contraddice con la qualità dell inglese esibito, che è un po come per noi italiani sentire i Rolling Stones cantare "con le mie lacrime". Medesimo discorso si potrebbe fare per la musica, che si spegne su di una ricerca di stampo folk (americano? inglese?), col risultato di somigliare spesso pericolosamente ai travis di "the invisible band"(ascoltasi "the end of innocence"), datato 2001. Personalmente poi, non amo proprio le band italiane che cantano in inglese, in quanto sono poche quelle in grado di essere credibili facendolo (afterhours, Lacuna coil e poche altre), risultando spesso le copie povere di questo o quel riferimento a cui ambiscono assomigliare. Inoltre, credo che se uno non sa scrivere nella propria lingua madre difficilmente sa farlo in quella di qualcun altro; cosi come se ne è in grado nella propria, non è detto sappia farlo in un altra. Fatico anche solo ad immaginare un De Andre tradotto in inglese o anche solo concepito in inglese , e siccome la musica è una forma d arte , scrivere in una lingua diversa da quella in cui si pensa è un limite che , spesso, ne nasconde altri (privilegiare la musica ai testi, solitamente). Se proprio volevano "provare" ad internazionalizzarsi, bastava tradurre riadattando i testi di almeno due album molto piu validi di questo: il gia citato "e venga il regno" e, soprattutto "italiamobile", con quell alternanza tra noise e melodia che ricorda molto i Deus, che è tanta roba! Certo, poi la classe non è acqua , e i Virginiana riescono a fare tre pezzi degni del loro nome, "lovesong", "toast the asteroid" e "Albuquerque" , che se proprio deve assomigliare a qualcuno scieglie i doors e non una qualsiasi band, inglese o americana che sia. Prendo atto che i virginiana non vogliano piu dirci niente in italiano e, se questo è il risultato, me ne rammarico davvero tanto. Adoravo il loro modo di raccontare "cose" nascondendole in metafore improbabili e suggestive, quali "è il mio sport estremo, minimo surf sul dorso di una mano"("placenta", da Italiamobile). Per me una grave perdita, dato che considero l italiano una lingua capace di giocare con le sfumature come nessun altra, e ritenerla meno adatta dell inglese(dell inglese????) per comunicare col proprio pubblico(che rimmarrà italiano anche dopo questo album), è un po come dire di non aver piu voglia di farlo(legittimo,per carità).
    Prendo atto.

    > rispondi a @maxavo
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