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album Mina Zena - Al Raseef

Al Raseef

Mina Zena

2019 - Funk, Folk, Etnico

RECENSIONE
05/08/2019

È impossibile spiegarvi un album del genere senza vertere sulla storia di questa band, un gruppo di ragazzi conosciutosi tra le polverose strade di Ramallah, in Cisgiordania, il cui nome significa letteralmente “sul marciapiede”. Ottenuto un discreto successo in patria, nel 2014 la formazione decide di trasferirsi a Genova per intraprendere un percorso di approfondimento musicale. Nel capoluogo ligure, ai cinque membri mediorientali, subentreranno due nuovi elementi nostrani. Nasce la super band Italo-palestinese degli Al Raseef.

Genova, non a caso, sede di uno dei più grandi capolavori world music globali, “Creuza de Ma” di Fabrizio De Andrè, sicuramente l’opera che, sino al giorno d’oggi, ha racchiuso meglio le sonorità (non solo strumentali, ma anche fonetiche e ambientali) del bacino del mediterraneo. Una città che sin dal medioevo si era rivelata una delle più grandi potenze del mare nostrum e, dal dialetto all’architettura, porta ancora oggi i segni del suo grande passato. Scontato quindi che, nel mercato coperto di Sottoripa (originariamente ispirato ad un suq mediorientale), la formazione palestinese potesse sentirsi a casa. Così a casa da “dedicarle” un album, “Mina Zena”.

Limitarsi a relegare le canzoni degli Al Raseef sotto la comoda etichetta di World Music, però, sarebbe riduttivo, il loro sound è un sofisticato funk-jazz etnico in grado di fondere sonorità balcaniche e medio orientali in un unico complesso sistema dominato dai fiati. Non ho le competenze tecniche per approfondire questo discorso, ma fortunatamente ho anch’io una storia da raccontare:

A Sestri Levante si svolge una rassegna che ogni giovedì d’estate anima i pittoreschi vicoli della cittadina proponendo musica live. Un mio carissimo amico (Francesco WILILI B.) conosceva il batterista della band che si stava esibendo nel carruggio a pochi passi dallo storico ritrovo del Mille Lire. Giunti nella piccola località turistica da Genova per assecondare la propria vocazione da buskers, la formazione non era al completo quella sera, in realtà, non aveva nemmeno i permessi per esibirsi sul suolo pubblico. Onde evitare ogni problema, il concerto si trasferì nell’ancor più suggestiva cornice della Baia della Favole, appoggiati ad un Leudo ormai dismesso, attirati dall’irresistibile ritmo scandito dal trombone, attorno alla banda si formo un cumulo di avventori che accompagnava le loro note con le mani.

Quella sera sulla spiaggia tirava vento, con la sabbia nei capelli, sembrava il deserto di Giudea. Panissa o hummus, si tratta sempre di ceci. La musica abbatte ogni barriera. Al giorno d’oggi è ancor più importante ribadirlo.

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