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RECENSIONE
25/10/2019

Cosa manca a "Iodegradabile"? Quel che non c'è in questo album, o almeno quel che mancherà a una fetta di ascoltatori, è il primo Willie Peyote. Ma non per forza di cose è un male. Perché nel suo quarto disco in studio, che arriva a due anni da "Sindrome di Tôret", le due anime dell'artista torinese si fondono in un unico genere musicale, ad altissimi livelli. 

È un disco maturo, dove il cantante sembra aver trovato una propria stabilità stilistica: solido e omogeneo, è al tempo stesso ricchissimo di sfaccettature e mai banale. Le basi sono estremamente diverse l'una dall'altra e si passa dalla strumentale funk con batteria spazzolata di “Che peccato” alla chitarra e tromba spagnoleggianti di “Miseri”, fino al giro di basso ipnotico di “Mango”, dedicato all'artista scomparso nel 2014.

I testi si confermano all'altezza delle aspettative, l'ironia è il filo rosso che unisce tutta la sua produzione e di certo non manca in questo disco. Ma spesso è un sorriso amaro: "Mostro" è una critica alla situazione politica attuale, così come alla miopia dell'opinione pubblica, che sfocia tristemente in razzismo e ricerca di capri espiatori. "Non serve trovare delle soluzioni, se riesci a trovare un colpevole", canta Willie.

È il mondo che viviamo oggi a essere preso di mira: "Catalogo" è un brano che denuncia le esasperazioni di una società dell'apparire, alimentate dall'abuso dei social network, in cui siamo tutti dei "moderni Dorian Gray".

Il percorso musicale di Willie, compiuto o no, si è lasciato alle spalle il lato hardcore di album come “Educazione Sabauda” e “Non è il mio genere, il genere umano”. L'approdo è un indie tra il cantato e il rappato assolutamente originale e decisamente ben riuscito, a scapito dell'hip hop delle origini. 

Questo non vuol però dire che Willie Peyote si sia dimenticato di come si fanno le rime: la diversità del progetto non toglie nulla alle sue capacità di incastro e al suo flow, sempre perfetto dal punto di vista tecnico e lo dimostra più volte nel disco. Semplicemente non siamo più nel periodo di Oscar Carogna o di Glik, e degli omaggi a DJ Gruff o al Colle der Fomento. E va bene così. 

Tracklist

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