Fine Before You Came Forme complesse 2021 - Emo

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La nuova uscita dei Fine Before You Came si distacca dalla violenta esasperazione emotiva che ha contraddistinto larga parte del gruppo lombardo, per concentrarsi su tinte più riflessive e meditabonde, quasi acustiche.

L’ultimo album dei Fine Before You Came, Forme Complesse, è uscito nelle consuete modalità a cui il quintetto ci ha abituati nel corso degli anni: zero anticipazioni e proclami, ma un annuncio a cose già fatte, tramite una mailing list inaugurata poche settimane fa – come a voler dare la precedenza a chi lo stava aspettando davvero. Principale differenza rispetto alle scorse volte: niente disponibilità in free download, niente upload sulle piattaforme di streaming a eccezione di Bandcamp, dove è possibile sia ascoltare che acquistare l’album. Una scelta, come abbiamo spiegato altrove, che è una presa di posizione ben specifica.

Questa uscita in sordina, questa estrema discrezione, ancora più esacerbata rispetto agli album precedenti, è in un certo modo rivelatrice delle tonalità che i FBYC hanno voluto dare a questo disco. Forme Complesse è un album in punta di piedi, acustico nell’essenza ancor più che nelle sonorità. L’emo e il post-hardcore, gli strumenti attraverso i quali la furiosa emotività dei FBYC era solita esprimersi, e che erano ancora belli presenti e incazzosi nel precedente Il numero sette (basta andare a riascoltarsi pezzi come Ultimo giorno e Penultima notte) vengono accantonati, se non nelle intenzioni quantomeno nelle forme -con la title track, un meditabondo e dolente post-rock nei dintorni di Come fare a non tornare, a costituire l’unica limitata concessione alle sonorità passate.

Le canzoni di Forme Complesse sono dilatatissime, camminano lentamente senza poggiare davvero i piedi sul terreno, non picchiano per entrare nella testa ma si adagiano delicatamente con lo stoicismo di un antico soprammobile che nessuno ha il coraggio di muovere. Il mordere l’angoscia degli esordi, le urla di rabbia e insoddisfazione sono scomparsi. Si canta con delicatezza, quasi sommessamente, per non disturbare; come in Gittana, un brano che non si fa fatica ad immaginare lanciato a tremila chilometri orari contro le nostre ugole, e che invece ci culla, e poco importa che nel finale si arrivi ad avvertire la necessità di un’esplosione liberatrice: semplicemente non è il momento, non stavolta.

Non ci sono sfuriate in Forme Complesse, non c’è l’urlo liberatorio che forse non fa sentire meglio col mondo ma sicuramente fa sentir meglio con se stessi. Certo, ritroviamo la frustrazione dell’inadeguatezza e del sentirsi sempre fuori posto, ma mitigata, come se fosse osservata con ragionato distacco. All’apparenza sembra paradossale che questa distensione sia musicale che emotiva emerga in corrispondenza di un periodo buio e per tanti versi disperato come questo. Ma forse è proprio questo il senso di un disco come Forme Complesse: dopo una carriera fatta di furia e chiodi sotto la pelle, a rincorrere la vita e a urlarle in faccia la propria ostinata e scomoda presenza, ora i FBYC ci dicono che forse è arrivato il momento di appoggiare la testa sul cuscino e lasciarsi andare. Mentre tutto il pianeta è in affanno, noi che in affanno siamo sempre stati possiamo permetterci di tirare il fiato; non per scendere a patti col mondo, ma per darci tempo e raccogliere fiato e pensieri.

I versi di Cogoleto lo rivelano: nel miserabile paesaggio della periferia, tra i conati di vomito di qualcuno, ci può essere lo spiraglio non per oscuri presagi, ma per riposarsi un poco. “Dormi, dormi amico mio, qui ci pensiamo poi”. Ora chiudiamo gli occhi e schiacciamo play, al resto penseremo più tardi.

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La recensione Forme complesse di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2021-03-05 23:24:00

COMMENTI (1)

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  • edved74 2 mesi Rispondi

    I fbyc sono una certezza emozionale come sempre