12/04/2006

Tornano i Delta V. E in un momento di crisi dell’elettronica, bypassata dal suono delle chitarre, si tratta di un ritorno difficile. Il duo Carlo Bertotti / Flavio ferri risponde con una riorganizzazione interna: torna Francesca Touré, indimenticata voce del primo disco “Spazio”, e si innesta in pianta stabile in formazione Fefo Forconi, ex di Almamegretta e Malfunk. Guarda caso, un chitarrista. Scelta motivata dalle tematiche di “Pioggia rosso acciaio”, che necessitano di un suono cupo e aggressivo, che a tratti sfiora metal, Ministry e Klf senza mai rinunciare alla melodia e al tradizionale sound Delta V, fatto di elegante trip hop memore delle colonne sonore di signori come Morricone e Umiliani. Un lato sempre ben presente: e il singolo apripista “Adesso e mai” che recupera di netto le atmosfere di “Spazio”, e la cover di stavolta, la bella “Ritornerai” di Bruno Lauzi, sono lì a testimoniarlo.

Ma c’è un discorso diverso, stavolta. I Delta V, dopo la crisi generazionale di “Le cose cambiano”, raccontano la crisi morale e intellettuale del Paese, avviato verso una decadenza forse irreversibile a breve e medio termine. E lo fanno a modo loro, ben lontani da sloganistiche o predicuzze: tenendosi a lato del problema raccontano sensazioni e desideri che da questo mondo nascono. E allora: desiderio di fuga e senso di minaccia del presente, musica cupa e volontà di resistenza all’aggressione della volgarità così come immaginazione di presenti alternativi. Con una significativa eccezione: la conclusiva, non a caso, “San Babila ore 20”. Che nel titolo recupera un vecchio poliziottesco di Carlo Lizzani (1976) e nella prima parte del pezzo individua le ragioni strutturali della crisi italiana in un j’accuse al culto del particulare (see under file: Guicciardini), che smonta il mito degli “italiani brava gente”. Ma nel titolo così come nella seconda parte del pezzo, in cui Angela Baraldi legge un volantino prodotto dagli studenti dell’Università di Bologna nelle giornate di marzo 77, individua prima un momento storico in cui le cose non sono andate proprio così (l’unica cosa buona degli opposti estremismi dei 70 era la forte motivazione ideale – e quindi a costruire un mondo migliore – degli schieramenti), svolgendo un discorso simile a quello condotto dai Baustelle ne “La malavita”. Poi indica il momento storico in cui la possibilità di diventare un Paese moderno è svanita: il fallimento del 77, con la sua spinta internazionale, di diritti per tutti. In pratica, in cinque minuti di canzone la stessa analisi condotta da Nanni Balestrini e Primo Moroni in “L’orda d’oro”, saggione da chilo sui movimenti del ventennio 60-70. Per chi ha le palle di leggerlo, consigliatissimo.

Come è consigliato questo cd, che evita la stanchezza del quinto disco, la ripetizione fiacca della stessa formula, e - pur non essendo trendy – è di una piacevolezza estrema: la voglia di ascoltarlo cresce a ogni fine play.

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