30/08/2007

Contro l’omologazione. Contro quanto è predeterminato. Contro le norme.

Lontani dal farsi addomesticare dalla società dell’apparenza e del consumo, i Seminole lanciano un grido di speranza. Dimostrano la persistenza del pensiero consapevole, della rabbia e dell’indignazione. “Meglio indignati che anestetizzati” ripetono. Meglio indignati che uniformati al pensiero comune, meglio essere incazzati che essere schiavi della superficialità. Molto meglio distinguersi, opporsi, riflettere. Guardare negli occhi l’inganno e smascherarlo. Ne sono coscienti i Seminole quando cantano “l’abitudine ti blocca le gambe mentre il falso oscura con l’inganno”. O ancora quando dicono “la cosa peggiore è restare indifferenti mentre l’ingiustizia avanza, la cosa peggiore è restare indifferenti mentre il massacro avanza”.

Rigettano il mercato e le sue leggi. Constatano l’inutilità dell’accumulazione di vuoti feticci. “Il tuo massimo profitto è di avere un bel divano in più”, magari anche “socialmente utile” dicono, contrapponendo ad esso un gesto estraneo alle logiche aziendali: “il mio massimo profitto rotolare con le braccia in su”.

Rifiutano l’illusione abilmente confezionata da una società che tutto consuma e distrugge. Nessuna illusione dunque: i vermi sono vermi. Rifiutano lo svago controllato, l’intrattenimento mercificato. Lo fanno non soltanto con le parole. Scelgono di stare fuori dai meccanismi dell’industria discografica. Si autoproducono, suonano e registrano in autonomia da dieci anni. Respingono l’industria culturale attraverso il loro agire. “Non sei quello che dici ma sei quello che fai”.

Il loro è un rock che provoca e rivendica. Un rock imbevuto di noise grondante testi chiari, parlati e urlati sopra una base sonora distorta, ma omogenea. Meritevoli di attenzione, più che per l’ingegno musicale, per l’attitudine, la tenacia e il messaggio comunicato.

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