Un concept album maturo e stratificato in cui King Stewee intreccia autobiografia, cultura hip hop e identità urbana, raccontando Roma, il tempo che passa e il tema del doppio con uno sguardo lucido, intimo e profondamente umano.
VINTAGE, nuovo album di inediti firmato King Stewee è un progetto che rifiuta l’urgenza del presente per abbracciare il tempo lungo della riflessione. Non è solo un disco, ma un racconto espanso che vive anche attraverso un videodiario pensato per Instagram e Facebook, oltre a una serie di visual su YouTube. Un percorso narrativo che restituisce immagini e suoni di cosa significhi diventare “vintage”: una condizione esistenziale, soprattutto per un artista che ha superato la soglia dei quarant’anni.
L’album affonda le radici nella cultura hip hop, guardando con rispetto alla golden age del rap italiano e dialogando, al tempo stesso, con l’immaginario del grande cinema nazionale degli anni Sessanta e Settanta. È un lavoro che procede per stratificazioni: autobiografia e osservazione sociale, memoria privata e identità collettiva. King Stewee racconta la propria storia, ma anche quella di un uomo qualunque che cresce e cambia dentro una città complessa come Roma, mai ridotta a sfondo decorativo.
Il tema del “doppio” attraversa l’intero disco come una linea carsica: il quartiere è insieme rifugio e ferita, lo sport diventa scuola di vita prima ancora che competizione, la scrittura è strumento di racconto ma anche approdo finale. Persino il mutare del mercato musicale viene osservato con uno sguardo che non cede al cinismo, ma prova a comprenderne le contraddizioni. Ne emerge un microuniverso intimo, capace di parlare a chi ascolta senza indulgere nell’egoreferenzialità tipica di certo rap.
Fin dalle prime tracce è evidente che VINTAGE non rincorre l’impatto immediato. Le produzioni di G Romano si muovono su coordinate hip hop attuali, mantenendo però un’anima dichiaratamente classica: batterie robuste, campionamenti misurati, atmosfere ariose che lasciano respirare i testi. La musica non cerca mai di sovrastare la voce; al contrario, costruisce uno spazio in cui le parole possono sedimentare. Un equilibrio raro, frutto di una visione lucida.
La scrittura di King Stewee è quella di chi conosce il peso di ogni barra. Non c’è ricerca dell’effetto istantaneo, ma una tensione costante verso la profondità. I versi oscillano tra immagini urbane e introspezione, tra ricordo e analisi, restituendo un percorso artistico coerente e indipendente. Roma è presenza continua, ma non diventa mai cartolina: è un organismo vivo, spesso contraddittorio, capace di opprimere e, allo stesso tempo, di offrire orizzonti inattesi.
Uno dei meriti maggiori del disco è la capacità di trasformare esperienze individuali in riflessioni universali. La narrazione segue un arco che dall’infanzia conduce alla maturità, senza proclami espliciti: il cambiamento emerge gradualmente, traccia dopo traccia, come un’immagine che si sviluppa lentamente in camera oscura.
La title track “Vintage” rappresenta il centro concettuale del progetto. Qui l’identità romana viene esplorata come costruzione sociale, una maschera indossata quasi senza accorgersene, fino a coincidere con la propria pelle. Il ritornello, arricchito dai cori di Benedetta Bayari, amplifica questa sospensione tra appartenenza e distanza, definendo con precisione il tono dell’intero lavoro.
In “FDP” il racconto del quartiere si fa ancora più personale: nostalgia e consapevolezza convivono, mentre i ricordi luminosi dell’infanzia si intrecciano con la scoperta delle prime crepe della realtà. La produzione resta in secondo piano, permettendo al testo di guidare l’ascolto.
“Grigioperla” offre invece uno sguardo diverso sulla città: il cielo si fa opaco, quasi soffocante, e diventa metafora di una quotidianità ripetitiva. Il beat minimale, quasi ipnotico, traduce in suono quel senso di disorientamento sottile che accompagna certe giornate.
Con “Alibi” il focus si sposta sulla gestione del dolore e delle difficoltà. King Stewee affronta il tema con lucidità, evitando derive melodrammatiche. Ancora una volta, la voce di Benedetta Bayari aggiunge una profondità emotiva che rende il brano tra i più stratificati del disco.
VINTAGE è un lavoro che chiede tempo e attenzione, ma ripaga con una scrittura matura e una visione coerente. Un album che dimostra come, nel rap italiano, la crescita artistica possa coincidere con una maggiore capacità di ascolto del mondo e di sé stessi.
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La recensione VINTAGE di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2026-02-26 07:12:45

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