Sei cartoline stropicciate dall’afa di un’estate che non sorride, ma smascella dal caldo.
Ci sono estati che non chiedono di essere vissute, ma soltanto attraversate. Quelle in cui il caldo sembra impastare i colori e il sudore incolla i vestiti alla pelle. Giornate da affrontare a piccoli morsi, come quelli dati a un ghiacciolo ormai mezzo sciolto, nel tentativo di strappare qualche istante di refrigerio a una stagione bella, ma che spesso viene male in foto.
È questa la torrida immagine che Gabrass, al secolo Gabriele Gagliardi, cerca di trasformare in musica con tuoni, cicale, il suo primo EP. Anticipato di qualche mese dal singolo Pirotecnico, l'esordio sulla media distanza del cantautore siciliano di nascita ma emiliano d'adozione mette sul tavolo un sestetto di polaroid mezze bruciacchiate dalla troppa luce di un sole che non dà scampo.
Tra il retrogusto metallico di relazioni consumate dall’abitudine (Tuffo) e tempi morti elevati a stato mentale (Filler), Gabrass mostra con ironica amarezza il periodo più caldo dell'anno senza la sua patina da cartolina, in cui le relazioni sembrano sfilacciarsi (Monica) scandendo giornate che si allungano e accorciano pigramente, seguendo un ritmo tutto loro (Compleanno).
Una stagione antifotogenica, raccontata dalla voce calda e rilassata di Gagliardi che, come la caligine sull’asfalto, si adagia su un sound pop cantautorale dal pedigree marcastelliano. Venti minuti abbondanti costruiti attorno a groove danzerecci, sospesi tra funk e bossa nova, giri di basso morbidi come velluto e tastiere dal sapore analogico, tenuti insieme dal suono intimo e raccolto di una chitarra classica. È proprio lei che, riverberandosi in ogni traccia, sembra aprire più di ogni altro strumento scorci su un Mar Mediterraneo osservato non dalla battigia, ma da un paese dell’entroterra di quella Sicilia che ha dato i natali a Gabrass: abbastanza vicino da sentirne il sale nell’aria, troppo lontano per lasciarsi accarezzare dalle sue onde.
Sin dal primo ascolto, il nuovo EP sfornato da Gagliardi sembra vivere della tensione racchiusa nel suo stesso titolo. Da una parte il frinire ostinato delle cicale, colonna sonora di un’estate immobile, appiccicosa, interminabile. Dall'altra i tuoni, ovvero la promessa di un temporale che arriva, rinfresca l’aria appena il necessario per poi scomparire. Uno spazio sospeso, riflesso dal cantautore siculo-emiliano in poco più di venti minuti che entrano ed escono dalle nostre orecchie con la fugacità di uno scroscio estivo, lasciando addosso la stessa sensazione di sollievo e la voglia che torni ancora, prima che il caldo riprenda il sopravvento.
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La recensione tuoni, cicale di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2026-07-16 21:24:37

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