Mario DallasLAVALLE2026 - Pop, Elettronica, Alternativo

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La città dà alla testa, il mare prova a svuotarla.

Natura e città. Mare e cemento. Ordine e confusione. LAVALLE, il primo album di Mario Dallas, è un lavoro che, nella mezz'ora abbondante in cui si snoda, vive, respira e si muove attorno a un costante gioco di contrasti.

Anticipato qualche mese fa dal singolo Fortino, l'esordio sulla lunga distanza del musicista catanese sfodera una dozzina di tracce che non hanno fretta di svelarsi all'istante: proprio come negli spogliarelli più seducenti, si lasciano scoprire con calma, ascolto dopo ascolto. A colpire sin da subito ci pensa un'estetica sonora che vira verso tinte fredde, dominate per buona parte da synth che, a seconda dei casi, si dilatano e si comprimono come gomma di caucciù, adagiati su pattern di drum machine sporchi e implosi, presi in prestito dal lo-fi.

Un approccio capace di guardare all'elettronica come a una specie di membrana viva, usata da Dallas al pari di un vero e proprio canovaccio da foggiare a piacimento: da una parte le abrasioni sintetiche del synthpunk (Samba catanese) e le sospensioni psichedeliche dell’ultimo Cosmo (Pantalica e Fortino); dall’altra il post-rock cinematico dei Mokadelic, in cui le voci, rese metalliche da un bagno galvanico di vocoder e autotune, colano come piombo fuso sui ritmi downtempo del trip hop (Inferno Bellini).

Ed è proprio questo spirito di ibridazione a spingere il cantautore catanese a incrinare ulteriormente le discordanze digitali di questo suo primo disco con continui innesti analogici: dalle distorsioni e i riverberi shoegaze che fanno capolino in Mario allo scratching di vinile che si intreccia alle seconde voci della cugina Maria in La solita gang, strizzando l’occhio all’urban pop dei primi Coma_Cose. Nel mezzo, i tasti bianchi e neri di un pianoforte in LaSanta e le intime atmosfere cantautorali di Ancora Mazzarona capaci di ricalcare, con i loro arpeggi di chitarra classica, i fragili contorni di Conchiglie di Andrea Laszlo De Simone, in una veste ancora più scarna.

Non è un caso, quindi, che LAVALLE prenda il proprio nome dall'espressione "Succiriu a valle" - letteralmente "È successa la valle" - che nel dialetto catanese indica confusione, finimondo. E questo caos (in)controllato da cui attinge il suo sound suond si riversa in egual misura nelle parole che Dallas addiziona alle parti strumentali: versi spesso laconici, attraverso cui il musicista siciliano racconta la sua condizione di uomo diviso tra la città e la natura, con quest’ultima vista come il rimedio più efficace per "fare ordine" nella confusione che la prima gli scatena dentro.

Ecco allora che, quando le canzoni sono circondate da asfalto e cemento, i testi si fanno più criptici e astratti: tra gli esempi più lampanti ci sono l’ermetismo à la Verdena che imperla le strofe di Mario, il caotico lamento urbano di Samba catanese e i sibillini riferimenti ai farmaci ansiolitici, usati per sedare il disagio interiore del protagonista, in La solita gang.

Una condizione che cambia drasticamente quando Dallas decide di lasciarsi le strade, i palazzi e il costante frastuono di clacson e urla della sua Catania alle spalle. A contatto con la natura i versi trovano una narrazione più lineare e coerente, capace di restituire la pace (ri)trovata dal cantautore ne "L’eternità di un bagno al mare" di Sortino o nel catartico tuffo nei laghetti di Pantalica, le cui acque cristalline diventano lo specchio in cui guardarsi dentro e vedere "una testa di cazzo, ma oggi un giorno perfetto".

LAVALLE è, a conti fatti, un disco legato a filo doppio al proprio titolo: un meraviglioso casino di suoni e parole, con cui Dallas scava nei suoi pensieri di uomo prima ancora che di artista. Uno che nell’acqua - salata come quella che circonda la sua isola o dolce come quella nascosta nel suo entroterra - trova il tonico perfetto contro il quotidano mal di vivere. Un album in grado di rivendicare senza timore la (sacrosanta) pretesa di tornarci su più volte per essere compreso fino in fondo e che, per questo motivo, è maledettamente bello da ascoltare.

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La recensione LAVALLE di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2026-10-30 00:00:00

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