Il rumore come forma di conoscenza.
Anatomia, nuovo album dei Vidage, appartiene alla categoria dei dischi che trovano nella distorsione non una semplice questione di volume ma una precisa scelta espressiva. Nove tracce registrate in totale indipendenza, nelle quali il peso delle chitarre, la fisicità dei riff e una voce costantemente sul punto di incrinarsi diventano strumenti per raccontare un conflitto interiore che non cerca facili risoluzioni. La band lavora su una materia sonora ruvida, compatta, profondamente legata alla tradizione stoner e alternative rock, ma con una consapevolezza linguistica che ne definisce l'identità.
La sfida, dichiarata fin dalle premesse, è quella di trasferire nella lingua italiana il vocabolario dello stoner d'oltreoceano, senza perdere la specificità della propria scrittura. Un'operazione che evita l'effetto imitativo grazie all'innesto di sensibilità differenti: i deserti elettrici dei Kyuss, le tensioni alternative dei Queens of the Stone Age, il peso emotivo dei Verdena e una componente letteraria che guarda a Majakovskij, Pasolini e Jack London. Riferimenti che non rimangono semplici coordinate estetiche, ma contribuiscono a costruire un immaginario nel quale la dimensione individuale finisce continuamente per scontrarsi con quella collettiva.
L'apertura di "(io)" chiarisce immediatamente le intenzioni: un attacco elettrico, nervoso, sostenuto da un'esecuzione che privilegia impatto e immediatezza. La voce si muove tra declamazione e melodia, conserva una certa ruvidità anche quando cerca aperture più distese. È una tensione che attraversa tutto il disco e trova in "Martin Eden" una prima significativa evoluzione. Qui i Vidage rallentano, recuperano il passo dello stoner più classico e lo contaminano con un'attitudine emo-core che aggiunge vulnerabilità alla compattezza strumentale. Il riferimento al romanzo di Jack London suggerisce anche una chiave di lettura: quella di un individuo che cerca di emanciparsi dal proprio ambiente, finendo per fare i conti con le contraddizioni della propria identità.
"Cristologia" sposta invece il baricentro verso territori più desertici, con echi dei Queens of the Stone Age che si riconoscono soprattutto nell'incastro tra riff e andamento ritmico. La scrittura mantiene una buona dose di imprevedibilità, senza sacrificarme la solidità. Con "Carne Viva" si entra in una dimensione più psichedelica e onirica. Le chitarre si fanno avvolgenti, le strutture respirano maggiormente e affiorano suggestioni che rimandano al rock degli anni Settanta. È uno dei momenti in cui emerge con maggiore evidenza la capacità della band di allargare il proprio spettro espressivo senza smarrire la riconoscibilità del suono.
La parte conclusiva, affidata alle due sezioni di "Majakovskij", rappresenta il passaggio più significativo dell'intero lavoro. Qui l'influenza dei Verdena di Requiem ed Endkadenz diventa particolarmente evidente nella consistenza delle chitarre, nelle dinamiche del cantato, nel modo in cui la melodia sembra continuamente cercare una via d'uscita dalla saturazione. Ma il richiamo non si esaurisce nella componente sonora. L'identità prende forma attraverso il contrasto, la fragilità convive con l'aggressività, la ricerca di appartenenza si accompagna a un'insofferenza profonda verso ciò che circonda.
I Vidage non cercano di addomesticare il proprio linguaggio per renderlo più accessibile, né sembrano interessati a inseguire una formula riconoscibile attraverso le convenzioni dell'indie contemporaneo. Preferiscono lavorare sulla coerenza di un suono, lasciando che le influenze sedimentino in una scrittura personale, dove la componente letteraria non appesantisce quella musicale e la distorsione non diventa mai un espediente fine a sé stesso.
Realizzato interamente in modo indipendente, Anatomia rivendica anche una precisa idea di produzione e di appartenenza artistica. Niente sovrastrutture, nessuna concessione superflua: soltanto nove brani che restituiscono il carattere di una band consapevole delle proprie radici e, soprattutto, della direzione in cui vuole muoversi. Un lavoro viscerale, attraversato da una tensione autentica, che trova nella lingua italiana un terreno tutt'altro che estraneo al rock più pesante.
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La recensione Anatomia di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2026-10-31 08:52:00

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