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Descrizione a cura della band

L’amore non parla. L’amore suda, santifica, scarnifica. Trasforma irrimediabilmente. Ma comprenderne i meccanismi è ben diverso. Forse anche per questo, dopo tre prove sulla breve e media distanza, nell’atteso esordio ufficiale anche Wolther si trasforma e cambia pelle. Anzi, non esattamente: di pelle Wolther ne aggiunge un po’, oltre a triplicare gli organi vitali. Wolther Goes Stranger non è più esclusivamente il progetto solista di Luca Mazzieri, chitarra e partito maggioritario di tatuaggi negli A Classic Education; ora è una band completa, che respira e si muove con tre teste e con tre cuori: a Luca si sono aggiunti in pianta stabile Massimo “Colla” Colucci e Linda “Bru” Brusiani. Il risultato è bizzarro, come l’amore. Come un cane con la fissa di Xiu Xiu. Come l’elettronica quando è viva. Come quando si uniscono le chitarre shoegaze alle seghe circolari, ai trapani e ai contenitori di latta, quelli che prima contenevano il latte e da cui adesso partono i colpi di una sferragliante batteria neubatiana. Come quando sei triste ma vuoi ballare lo stesso, e non chiedi altro se non di perderti dentro un quattro quarti. “Love can’t talk” (in uscita per La Barberia Records) è il titolo del primo album di Wolther Goes Stranger, perché tratta di amore, amore caldo e bastardo, amore che può essere declinato in italiano o in inglese, perché certi flussi non si possono ingabbiare. E certe cose suonano bene solo se dette come devono essere dette. Così è “Darling”, trapano e cassa leggera a supportare una lovesong che è tutta giocata nell’incrocio tra piano, voce e un lungo solo di sax (di Stefano Cristi, che è anche il quarto Wolther Goes Stranger sul palco, almeno quando non è a Barcellona). Così è anche “Your Name”, che parte in inglese e finisce in italiano, tra accordi profondissimi di piano. In “I’m sorry” emerge per la prima volta in tutto il suo splendore il timbro forte e sensuale di Linda, su un testo regalato per l’occasione dal menestrello Alessandro Raina, uno che evidentemente sa trovare ottime parole anche quando deve scusarsi. “Idol” ha un portamento veloce fatto di pulsazioni sintetiche e di contorni liquidi, che profumano degli anni a cavallo tra i settanta e gli ottanta, gli stessi confini su cui si muove “Jesus”, testo scritto a quattro mani da Luca con Nicola Setti e percussioni in levare. C’è poi una storia nella storia, che ruota attorno alla stima di Mazzieri per uno dei padri più puri del rock italiano, Federico Fiumani. Da questa altissima considerazione e dall’altrettanta disponibilità del deus ex-machina dei Diaframma scaturisce “Sometimes”, frutto di incastri temporali e coincidenze prese al volo per registrarne le tracce vocali. Altra storia è quella portata avanti da Luca con Jonathan Clancy: se Wolther Goes Stranger è (anzi, era) la stanza dei giochi di Luca di cui solo lui ha le chiavi, la voce del cantante degli A Classic Education (di His Clancyness, e a suo tempo dei Settlefish) in “Sixteen” (e in un altro verso presente nel disco) sa di cerchio che si chiude, di famiglia allargata. Chiude la fila la stralunata “Julesdormeinberlin”, episodio giocato sui reverse e su una voce che sussurra e viene da lontanissimo, appena prima che tutto finisca, e torni il silenzio. Visto che l’amore non parla, per parlare d’amore non basta un cuore solo. Ce ne vogliono tanti. Ci sono voluti quelli di Luca, di Massimo e di Linda, quelli degli ospiti di questo disco, oltre alle macchine di Davide Cristiani per catturare il suono e quelle di Andrea Suriani per mixarlo e masterizzarlo. Il risultato è elegante e trascinante allo stesso tempo, è un battito continuo sottopelle. Un battito che non parla, ma che si fa sentire.

Commenti (1)

  • casalingo 24/05/2013 ore 11:20 @casalingo

    belli belli belli

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