one man band

per farvela breve: apash twenty twelve è di Busto Arsizio. potrei fermarmi anche qui, ma voglio proseguire. Fabio Platini inizia a suonare con dei vicini di casa nel 2000. viene fuori del garage-punk. la formazione cambia tantissime volte, prima un trio poi un duo poi un trio ancora, tanto che prima di dare alla luce un disco ci vogliono 4 anni. il primo lavoro "Impedence Days" è una grezzata

http://www.rockit.it/apash/album/impedence-days/4995

, riceve solamente una recensione, molto incoraggiante:

Noize Italia recensì Impedence Days.
rassegna stampa - 27-11-2004
A dispetto del nome abbastanza insignificante gli APASH sviluppano un indie rock sinceramente bello come una pioggia autunnale.
Dal sapore tutto americano dalla prima all'ultima nota, grezzo e fatto di un energia distorta di 1° qualità, ricordano alla grande quella ventata di gruppetti indie rock iniziata con l'avvento degli AT THE DRIVE IN in principio con i THURSDAY subito a seguire che ne hanno rilanciato la moda, ma che spaziano sempre nelle belle melodie melodiche e malinconiche, quel rock spensierato fatto di distorsioni a basso costo, registrazioni a basso costo, dalle sfumature quasi sempre emo il prototipo principale che mi viene in mente sono i VENDETTA RED anche se gli APASH pagano pesante dazio al cinismo zuccheroso dei THE VINES, evidente e maggior ispirazione, (il consiglio e di non far riferimento troppo alla band australiana) anche se il flashback più gradito nell'ascolto di questi 14 pezzi e il grandioso rimandano alle primissime linee musicali e vocali dei primi THURSDAY, quelli di "Waiting" (consigliatissimo demo-album di debutto) non è da tutti riuscire a richiamare tali atmosfere. l'album scorre via leggero leggere tra pezzi molto belli ed altri forse un po troppo piagnucolati dalla voce, a dir la verità i brani si assomigliano un po tutti, ma si finisce sempre per trovare qualcosa di bello che raramente rischia di farti skippare... svariate anche le incursioni nel punk che fanno cosa gradita , mai troppo invadenti.
Peccato che gli APASH non sono americani e sopratutto sono italiani, per il resto bravi-bravi-bravi , potete essere meglio dei THE VINES sicuramente, state sulla giusta strada non vi rincoglionite, non diventate troppo lagnosi e non vi imbastardite, speriamo di sentirvi presto-prestissimo-prestissimissimo, se ve lo dice Noize... e con voi.
(RyRySong)

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seguono stravolgimenti continui all'interno della band, fino a che si trova una specie di equilibrio quando la formazione rimane stabilmente per un paio d'anni con Fabio alla voce e chitarra, Luca Bossi alla chitarra e Mauro Rosanò alla batteria.
il secondo disco "twenty twelve" (2009)

http://apash2012.bandcamp.com/album/twenty-twelve

è college rock power melodico. poche recensioni, ma tutte estremamente prese bene. ne cito una dalla california:

"twenty twelve" review from California
rassegna stampa - 12-11-2010
Band: Apash 2012
Album: Twenty Twelve
With a crisp indie feel along with elements of punk and even some jazz the album manages to maintain a solid feel that can only be described as Apash 2012. Fans of such artist as The Legends and Millencolin would enjoy "Twenty Twelve."
Track 1 Everyone Witness in the Sky – A rocking number that opens the album with a bang. Guitar chords with pounding drums, bass and vocals all come together for a sound of meaning and attitude.
Track 3 Song For Thursday – A very personable bass line opening up this track with drums keeping things moving forward. Vocals and guitar accompaniment all come together to create a layered and happily sad feel.
Track 13 I Know – Swinging drums and laid back guitar chords strike a feeling of heart break. While punctuated horn and mandolin come together for more of an uplifting feel, letting us know that everything will be alright.
Reviewed by Dominic Benavides of Bryan Farrish Radio.

se non sapete l'inglese, siete fottuti. scusate la parolaccia. e scusate anche che non avevo voglia di tradurlo. comunque, da qui in poi le cose girano alla grande, concerti in ogni dove nel nord italia, passaggi in radio, insomma va talmente tutto bene che il gruppo si smembra.

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rimane il fondatore, la voce, che continua il progetto coinvolgendo spesso musicisti della zona, non mancano episodi esagerati con concerti da 8 o 9 musici sul palco e un paio di esibizioni "wall of sound", come quella al Code Club nell'Ottobre 2010.

Nel 2012 apash registra un pò di tracce in casa con un chitarrino scassato, un paio di cuffie Trust tipo da call center e un computer appena funzionante. una cosa parecchio LO-FI e intima. alcuni dicono minimal-dark. Il 6 Aprile, così senza un vero perchè, esce "Blacker".

http://apash2012.bandcamp.com/album/blacker

Come al solito, poche recensioni; ma qui i pareri arrivano all'estasi. non so se mistica, ma comunque estasi. dai, ne incollo una:

Rockit recensisce Blacker:

E' davvero difficile parlare in pochi termini del nuovo disco di Apash 2012. Già di per sé il progetto è quanto di più atipico il panorama nostrano possa concederci: una tribù di nomadi del suono, nella quale ognuno può dare il proprio contributo musicale. Il tutto nasce dalla figura centrale di Fabio Armando Patini, intestatario del moniker, che, dopo due prove low-fi tra disagio esistenziale post-grunge e college rock intriso di ruvidezze sonore e melodia stemperata, si adagia dietro una chitarra e, con l'ausilio di qualche ammennicolo elettronico, si cimenta con una prova talmente intimista che a tratti potrebbe quasi apparire imbarazzante per quanto riesca a mettersi a nudo.

Piccole bombe emozionali senza tempo di lamento pop, musica da cameretta intrisa talmente tanto di animo da stringerti il cuore e soffocarti in una morsa d'empatica tristezza che non lascia scampo. Poca ricercatezza e una produzione pressoché assente conferiscono genuinità e valore a un'opera a metà strada tra la sincerità primigenia di Daniel Johnston e la struggente essenza di vocalist come il mai troppo compianto Elliott Smith e il ragazzo in perenne tormento da pene d'amore Tom McRae .

Dall'apertura a cappella di una quanto mai originale versione apocrifa del canto di chiesa "Holy", la strada di "Blacker" è costellata di piccole gemme cantautorali ("It's Your Turn"), ferali appariscenze minimali a lasciar sovrastare un cantato pregno di rottura emozionale ("Routine", la sonnacchiosa "Alcatraz"), fino a sintetiche performance che, con un'adeguata produzione alle spalle, si confermerebbero perfetti singoli radiofonici (la tristemente allegra "Happiness"). Non mancano alchimie electro-freak vagamente simil Animal Collective, come "All In" o "Shiva", né depresse e spettrali ballate ("Rosemary Fields Whatever"). Di fatto non è facile parlare di un disco come questo, perché dentro vi è un'essenza del tutto personale e un'urgenza priva di velleità o pretesto alcuno (totale mancanza di scelte promozionali), che ti si scioglie addosso specchiandosi di fatto al tuo interno.

"Blacker" non è un ascolto semplice, nonostante i suoi 30 minuti scarsi riesce a far precipitare la psiche in un mood fatto di lacerante tristezza, intriso di una poesia che, nella semplice e totale mancanza di perfezione, riesce a cogliere impreparati gli ascoltatori più sensibili. Ai più superficiali, o a coloro in cerca di qualcosa d'innovativo o super curato, è decisamente sconsigliabile l'ascolto.

(Michele Montagano)

Dopo l'uscita, una decina di concerti chitarra/voce. Pareri del pubblico molto positivi e quindi avanti così.

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Nel Gennaio 2013 esce "EVEREST", uno split con una band molto vicina al progetto, i Gouton Rouge.

http://apash2012.bandcamp.com/album/everest

recensito da Seba (http://mimradar.wordpress.com/):
Everest: Gouton Rouge & Apash 2012 (3sx, 2013) A fare compagnia a questi due pezzi grossi della musica internazionale ci pensa questo split tra due giovani progetti italiani: i Gouton Rouge, già recensiti con il loro “Cambiamo Casa EP”, e Apash 2012, nuovo acquisto della scuderia 3sx. Tre brani a testa, con i Gouton Rouge ad abbassare i toni rispetto allo shoegaze d’impatto del precedente EP, e Apash 2012 che incanta con brani minimalisti e a dir poco stupefacenti. Partiamo da quest’ultimo: Fabio Armando Platini is the man dietro al monicker Apash 2012 e, con il solo ausilio di una chitarra e qualche giochino elettronico (oltre che una voce davvero niente male), da vita a tre episodi malinconici e sofferti, tra giri di accordi semplici, un po’ di chorus alla sei-corde, un’ottima pronuncia e una chiusura industrial (I’m Flying) che ricorda addirittura Trent Reznor e i suoi Nine Inch Nails. I Gouton Rouge, come già detto, abbassano i toni in due dei tre episodi (solo Wessels spinge ancora sull’acceleratore), consegnandoci quelli che forse sono i migliori brani finora: Josef K e soprattutto Sentimento sono saggi di alternative rock fatto con le palle, ma palle grandissime, che riportano alla mente Verdena, Cosmetic e, musicalmente, anche i Massimo Volume, ma senza risultarne gli ennesimi cloni. No, qui parliamo di brani che ci si ritrova a canticchiare anche ad ascolto finito, parliamo di roba che emoziona, e bisogna solo fare complimenti, complimenti e ancora complimenti. Ah sì, è gratis.

cioè, in pratica dice che ricordo i nani cinesi!

Il resto è il futuro, ma questa è un'altra storia.