Banco del Mutuo Soccorso: la band che segnò il prog italiano Rubrica

Il Banco del Mutuo Soccorso negli anni '70 - Il Banco del Mutuo Soccorso negli anni '70Il Banco del Mutuo Soccorso negli anni '70 - Il Banco del Mutuo Soccorso negli anni '70
23/02/2014 di

Milano, primi del 1975: in via Montenero 55, sopra il cinema Astoria, c’è il loft di Vanda Spinello, pittrice e redattrice di Re Nudo, la voce ufficiale dell’underground italiano a metà tra freakettoni ed estrema sinistra marxista rivoluzionaria, e di suo marito, Cesare “Caesar Monti” Montalbetti, l’uomo d’oro delle copertine del rock italiano, che divide la sua attività fondamentalmente tra Numero Uno e Ricordi, oltre a partecipare anch’egli alla redazione di Re Nudo.
C’è da fare la copertina del disco che deve lanciare il Banco del Mutuo Soccorso, una delle band di punta del progressive italiano con PFM, Orme e Area, in Inghilterra e nel mondo, e che per questo ha temporaneamente lasciato la Ricordi per accasarsi con la Manticore di Emerson, Lake & Palmer, vere superstar del genere. È proprio Monti che racconta:

"Feci una grande quantità di foto, ma alla fine della giornata non ero contento: avevo del materiale banale senza nerbo. La sera, dopo cena, decisi di andare con Vanda al cinema sotto casa. Non ricordo che pellicola ci fosse: ero distratto e sottosopra nei miei pensieri, cercavo una soluzione, un qualche cosa che mi soddisfacesse. Poi non so cosa successe, ma prima che terminasse la proiezione convinsi mia moglie che dovevamo andare. Salimmo in studio, era già passata la mezzanotte, telefonai alla pensione dove erano alloggiati i componenti del Banco: alcuni stavano già dormendo. Mi feci passare Francesco e gli dissi di prepararsi perché sarei passato a prenderlo e, nonostante l’ora e la proposta, non ci fu titubanza da parte sua. Fortunatamente Vanda si era fatta imprestare la mattina prima la macchina, una NSU Prinz, dalla sorella. Arrivammo in corso Buenos Aires alla pensione Colombo che già Francesco era sul portone ad aspettarci. Allora il suo volume era considerevole e la macchina era una super utilitaria: farlo salire fu un’impresa, poi per non farci mancare nulla incominciò a nevicare rendendo le strade sdrucciolevoli. Una volta in studio posizionai una colonnina al centro dell’inquadratura; ci misi sopra lo stivaletto che avevo comprato anni prima a Londra (era il famoso modello usato dai Beatles), poi chiesi con un certo imbarazzo a Francesco di spogliarsi nudo: sorprendendomi non fece una piega. Gli detti un martello, gli infilai in testa, un cappello e gli cacciai sul naso i miei occhiali: il resto lo fece lui. Era straordinario, un grande attore […] Terminammo all’alba con Milano sommersa nella neve. Ero veramente soddisfatto."

Strana cosa finire nell’immagine iconica che lo identificherà per sempre in una notte buia e tempestosa per uno che il suo destino nel rock lo aveva visto iniziare davvero nel sole di Roma, il 6 e 7 maggio 1971, durante il II Caracalla Pop Festival, quando vi si era esibito con il suo gruppo di allora, Le Esperienze.
Vittorio Nocenzi, deus ex machina del Banco del Mutuo Soccorso, che esisteva già con quel nome dalla fine del 1968, aveva notato quella band e non solo lei: alla fine del Festival, scontento per come stava andando il suo gruppo chiese a quattro membri di Le Esperienze di unirsi a lui e al fratello Gianni nel BMS: al cantante Francesco, al tastierista Lino Stopponi, al bassista Renato D’Angelo e al batterista Pierluigi Calderoni. Già che c’era, fece la stessa richiesta anche a Marcello Todaro, chitarrista dei Fiori di Campo. Stopponi sarebbe durato poco, ma era nata la prima delle due formazioni storiche del BMS: in essa non si sarebbe potuta non notare la presenza di Francesco, sia a livello visuale, tanto per la sua stazza quanto per il suo volto che in un certo qual modo ricordava quello del Gigante Gentile simbolo – appunto – degli inglesi Gentle Giant, sia a livello compositivo, dati i testi di raffinata grazia, tra i migliori del rock italiano di sempre, che il ragazzo sardo di Siniscola compose per il Banco. Fu una delle fortune della band romana, anche se all’inizio “Vittorio immaginava un cantante bello alla Pooh, voleva un front man bello: poi sono arrivato io scombiccherando tutti i suoi piani”, come ha ricordato lo stesso Francesco Di Giacomo.

Le prove in una stalla a Marino, ai Castelli, “con le mangiatoie piene di amplificatori, distorsori e strumenti musicali invece del fieno per le mucche”, come ha ricordato Nocenzi, portano a definire il nuovo repertorio, progressive invece che tardo beat. Poi tanti live, per poco o niente, per farsi conoscere, li portano alla corte milanese di Franco Mamone e Francesco Sanavio, già manager della PFM e del Perigeo e successivamente anche degli Area: “Si facevano cose meravigliose”, ha detto Di Giacomo. “Ricordo un viaggio col furgone FIAT 238, col pianoforte sopra. C’era anche Stefano D’Orazio dei Pooh, per suonare a Milano. A concerto terminato annunciammo che non avevamo un’etichetta, e a fine serata eravamo sistemati”.
È Sandro Colombini, l’ex produttore della PFM e fondatore della Numero Uno con Mogol e Battisti, ad averli notati. Ma li porta a quella stessa Ricordi da cui se ne era andato nel 1969 e in cui è rientrato, dati i dissensi con Mogol in Numero Uno. Li porta da Lucio Salvini, che della Ricordi è il direttore artistico: presi. Saranno la risposta della Ricordi all’offensiva progressive lanciata dalla Numero Uno. Colombini, quando esce "Storia di un minuto" degli ex pupilli milanesi, vorrebbe lo stesso tecnico del suono, Gaetano Ria, che però, oberato di richieste, rifiuta: sarà quindi Walter Patergnani a registrarlo. La Ricordi è una specie di mamma per il Banco, tanto che è lo stesso Salvini ad avere l’idea della innovativa copertina del disco, omonimo della band ma conosciuto proprio come “il salvadanaio”.

Tony Pagliuca, il tastierista dell’altra grande band di progressive italiano, i veneziani Le Orme, ricorda Di Giacomo come “un uomo tutto di un pezzo che sul palco portava anche il suo pensiero di uomo e che aveva anche un impegno sociale che, associato a quello musicale, lo rendeva veramente completo”. E, in effetti, nel “salvadanaio” c’è un brano che definisce subito le idee del cantante sardo (anche se romano d’adozione): "R.I.P. (Requiescant in pace)".

 

La furia progressive fortemente debitrice del jazz rock del John Mc Laughlin di "Devotion" (l’album) che apre il brano e lascia poi spazio a climi più meditativi in cui riaffiora un’eco lontana del melodramma italiano funge da base perfetta per un testo fortemente antimilitarista e pacifista che dipinge uno scenario di guerre lontane, comunque pre-polvere da sparo, che risulta sempre attuale nella sua drammaticità.

Ma quella dell’impegno è solo una delle facciate di Francesco Di Giacomo, “un ribelle con i neuroni sempre in corto circuito”, come lo ha definito Lucio Salvini. Nel disco successivo, "Darwin", ambizioso concept dedicato all’evoluzionismo, registrato e uscito in quello stesso 1972 dalla vorticosa creatività, spicca un brano che è emblematico di un altro lato di Di Giacomo: "750.000 anni fa … L’amore?"

Tra musica, testo e superba interpretazione, sentitissima, di Francesco Di Giacomo, il brano è un intenso capolavoro che scava nell’interiorità nella zona di confine tra desiderio sessuale e dubbi sulla propria avvenenza e seduttività. Dai tempi in cui eravamo “uno scimmione senza ragione” non è cambiato nulla e la magia delle parole e della voce di Di Giacomo rende credibile tanto la storia quanto il verso conclusivo appena citato.

C’è un terzo brano che sento di dover citare del Banco del Mutuo Soccorso, forse il suo più famoso, primo a essere edito anche in 45 giri, nel gennaio 1973, come apripista del terzo album "Io sono nato libero" (il cui titolo fu suggerito da Lucio Salvini), ed è "Non mi rompete".

Elogio del sonno come fuga dalla realtà, tanto più se si tratta di una realtà drammatica come quella di cui parla il resto del disco ("Canto nomade per un prigioniero politico" è ispirata alla fine di Salvador Allende dopo il colpo di Stato fascista in Cile; "La città sottile" parla del “disagio dell’urbanesimo”, secondo quanto ha dichiarato Vittorio Nocenzi a Classic Rock 5; "Dopo… niente più" è lo stesso riprende i temi dell’antimilitarismo di "R.I.P."), "Non mi rompete" non solo definisce inconsapevolmente l’intera parabola progressive e hippy, nonché l’aurea stagione dei Festival Pop italiani, di cui sembra l’ideale colonna sonora con la sua ariosa ansia di libertà, ma – per i tempi – fu pure una canzone estremamente coraggiosa. Ha dichiarato infatti Di Giacomo:

"Ricordo che, dopo l’uscita di questa canzone, mi arrivò una lettera di una ragazza che chiedeva “perché i compagni lottano in fabbrica e tu scrivi Non mi rompete?” In quel momento ho capito che avevo fatto gol, nel senso che i compagni lottano nelle fabbriche e io sono con loro, ma la sera posso avere 5 minuti per stare per i cazzi miei? Momenti come questi, 5 minuti di relax, non sono dispersivi, anzi, il recupero della lucidità e delle proprie sensazioni credo sia fondamentale anche perché già è difficile arrivare alla fine della propria giornata."

 Il brano era stato composto diversi anni prima, nel 1969, come ha raccontato Vittorio Nocenzi a Classic Rock 5:

"Scrissi questo pezzo a diciotto anni e poi lo misi in un cassetto. Pensavo: è troppo semplice, sono solo due accordi… Da giovani si può commettere l’errore di credere che la complessità sia sinonimo di qualità. Solo con il passare degli anni un artista comprende che ‘sintesi’ non significa ‘semplicistico’. La scrissi una domenica mattina, guardando le cave di Peperino dalla finestra di una vecchia casa medievale di Marino, il paese in cui sono nato."

Poi arrivò Di Giacomo:

"Era dedicata a un momento particolare, serio, di grandi fermenti. Era il 1973. L’ho scritta in un momento di totale disancoramento da tutto quello che c’era intorno. Volevo stare per conto mio. L’ho scritta sotto a un pianoforte, con Vittorio Nocenzi che suonava sopra. Io stavo sotto al pianoforte, cercando di dormire. E poi me la sono trovata scritta."

Non stupisce che sia stata tra i brani ripescati e reinterpretati per il disco del debutto internazionale, quel Banco di cui parlavo all’inizio. I fan si dividono ancora tra chi preferisce la furiosa schitarrata di Todaro nel passaggio alla seconda parte della canzone e chi il tocco più morbido del nuovo chitarrista Rodolfo Maltese.
A me piace immaginarlo così, ora: nel vento suggerito dai vocalizzi finali, libero per sempre dagli scocciatori. Che non debba più fare come quella volta al Festival di Villa Pamphilij a Roma, il 27 maggio 1972, quando si rivolse a uno spettatore che continuava a gettare zolle di terra sul palco a ogni cambio palco: “Possibile che in questa città non si possa mai fare nulla, senza lo stronzo di turno?” E quello smise. 

Tag: Retroterra

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