Cinque cose che ho imparato dal cantautorato

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14/07/2016 di

Volti che colmano l’universo, parole che rombano come temporali. Certi pezzi ondeggiano silenziosi fra le cose del giorno e si insinuano più a fondo di ogni altro rumore tanto è improvviso e stupefacente il loro arrivo. Si impigliano in certi ventricoli del nostro sentire, lo ascoltano e ci ronzano addosso come api fino a raggiungerne le frequenze, lo inondano di miele, lo invischiano in pensieri.

C’è una particolare dinamica per cui certi pezzi danno per la prima volta un suono e un nome perfetto a quello che sentiamo, ripetendoci piano quel primo insegnamento ad ogni nuovo, più maturo ascolto. Il cantautorato è sempre una creatura un po’ strana e dibattuta: cantautore è chi esegue ciò che scrive, è chi pone sullo stesso piano i testi e la musica, è chi pone i testi su un piano superiore alla musica, cantautorato significa musica impegnata, cantautorato vuol dire anche musica leggera, cantautorato è politico, il cantautorato è un limite, tu sei incorruttibile / tu sei un cantautore.

Probabilmente è tutto vero, anche quello che si contraddice. Resta l’idea che una musica o un testo non possano che essere grandi quando riescono a definire ciò che ci danza e turba dentro, che osserviamo crescere dentro di noi ma a cui non sapremmo dare un nome. Ci sono luoghi muti, luoghi fermi, dove annusi lo spazio eterno: cinque cose che ho imparato ascoltando alcuni dei più grandi cantautori italiani.

 

 

La grazia della costanza

In affreschi delicati e floreali Iacampo –e certo non solo con questo pezzo pregiato- dipinge con garbo le mille rotte dei sogni, suggerendo la delicata, forte grazia della costanza. Stalingrado aspetterà e io domenica sarò con te fino alla discesa dolce di Mercurio. Forse canteremo delle ariette sul saliscendi di un archetto di violoncello, forse no. Ma gli inverni non mi cambieranno più e io di questo saprò avere la stessa cura che avrei per una piccola, luminosa biglia di vetro. Perché ci riconosco un incanto.

Fossati è stato un approdo naturale sondando la voce graffiata di Mia Martini. Un pezzo immenso, un testo elevato, un’immagine di straordinaria, inevitabile semplicità. Mi è sempre sembrato che non si parlasse solo di un amore tra due persone, ma della resistenza che richiede la costruzione di qualsiasi sentimento, della consapevole, paziente costanza che permette di realizzarlo e dipingerlo anche quando questo non ripaga dal dolore. Un sentire che si leva bello come un girasole, poderoso come un grattacielo di cento piani. Tanto che se finisse adesso / Lo so, io chiederei / Che mi crollasse addosso.

 

Parlare piano

Perché non c’è bisogno di clamore. Non dire quel che hai detto già, le bugie non invecchiano. Ho scoperto questo pezzo nel film “Dieci Inverni” di Valerio Mieli e ogni tanto, un po’ come tutti i pezzi di Vinicio, torna a ricordarmi la nostra alchimia di desideri, la verità difficile da riconoscere nascosta nelle tasche e nei cassetti. Quando ami qualcuno meglio amarlo davvero e del tutto o non prenderlo affatto. Un canto di riflessioni, di ricordi, di riconoscimento. Da compiere a bassa voce, senza ripetizioni. Sussurrando.

Per me Cristina Donà è la più grande cantautrice italiana per molti motivi che mescolano apprezzamento personale e testi di livello altissimo, che sconfinano nel puro lirismo. Ma questo è un passaggio a cui sono arrivata solo dopo, in un primo momento semplicemente folgorata dall’intero “Tregua”, scoperto un po’ per destino un po’ per caso, incuriosita da un nome che faceva un discreto capolino vicino a molti dei progetti che più amavo. Se questo pezzo del più recente album "Così vicini" ritorna spesso, è perché ribadisce con umile e grande talento che abbiamo bisogno di silenzio. Che "il senso delle cose si nasconde dietro alle persone / il senso delle cose si racconta con parole silenziose".

 

I famosi puntini di sospensione

Però, che cosa vuol dire però. Da Morgan ho imparato lo smarrimento nel mondo, l’abbandono delle parole non dette, la ciclicità dei fiori. Se cerco il momento del suo primo arrivo a me, direi che è un pezzo apparso in radio in un tardo pomeriggio, in una macchina parcheggiata vicino ad un canale, in campagna. La vita come un testo da scrivere e a cui applicare anche la punteggiatura, una marea di puntini di sospensione fra ciò che porta altrove, pose e convinzioni. Un ultimo sguardo commosso all’arredamento, e chi s’è visto s’è visto.

Un giorno la Luna si stanca di osservare il mondo in lontananza, si copre il volto con un velo e cammina fino alla fine del cielo per immergersi nella consistenza della neve. Scopre però che il suo occhio si è confuso, appannato da una distesa di sassi taglienti e non può che fare ritorno al proprio mondo, umiliata e ferita. A casa, Branduardi non è mai stato particolarmente esplorato, ma questo brano fra le mura domestiche girava spessissimo ed è stato il primo a raccontare con la trama scintillante di una fiaba la metafora della delusione e del senso di inganno che possono seguire un’attesa. E in fondo, anche accettare di ritornare in alto a spiare il mondo in silenzio mi sembra una lezione di sospensione.

 

Non sempre le tue azioni sono comprese e condivise dagli altri

Che è un concetto ovvio, ma di cui spesso ci dimentichiamo. Un po’ come lasciare qualcuno e dopo qualche tempo ricevere via mail questa. Che almeno hai scoperto un cantautore geniale. E però.


L'amore è un sentimento ambiguo

Confesso l’ho fatto apposta / nell’intento di ferirti”. L’istinto di abbracciarti mescolato alla necessità di non sembrare incoerente, annullarti nella mia testa difesa da un guscio di cartapesta: Carmen Consoli è arrivata in un giorno di primavera attraverso due cuffiette da un canale quasi rotto, in bicicletta, ultimo anno di scuola, aprendo con un verbo sacrale una confessione potentissima e straniante che parlava di difese fragili e che del bello dell’amore non raccontava quasi niente, se non com’era inestirpabile il germoglio nero che aveva piantato nella mente. In quella della Cantantessa, ma in quel periodo anche nella mia, come il continuo risuonare di un’eco che per la prima volta riusciva a dare un nome ai caratteri più ambivalenti del sentimento che provavo. Entrai in aula in ritardo, perché la canzone non era ancora finita e io comunque la dovevo riascoltare.

Un autobus in corsa lungo il Piave verso il mare, un canto che arriva improvviso a raccontare il delicato dissidio di un'orbita enorme ma indefinita, che mi confonde poi la matematica contata su cinque dita. La parola cappietto, le domande affastellate. Mentre ti guardo noto che il tuo equilibrio cade in fondo ad un nero caffè / Che fingi di dovere bere in fretta prima che / Io ti riveli che ti ho dentro / Come un fuoco che odio ma che non spengo. Così la tenue, garbata chiarezza di Umberto Maria Giardini (ex Moltheni). Tuttora irraggiungibile.

 

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