Quando uscì La fine dei vent’anni – uscito il 18 marzo di 10 anni fa – avevo da poco iniziato i 30 anni, visto che tra me e il proprietario di quel faccione che mi osservava dalla copertina del disco sotto un ammasso di capelli tolkeniani passavano e passano solo due anni di differenza. Eppure non c’era alcuna possibilità che quel disco mi parlasse. Non per colpa di Motta, protagonista sabato 23 a MI AMI Festival di uno show per il decennale del disco. Alla fine dei vent’anni – mentre il mondo faceva la sua conoscenza di Nigel Farage e della Dark Polo Gang – mi ero perso. Ognuno le crisi le attraversa e le manifesta a modo proprio: nel mio caso, senza particolari vezzi bohémien, si era risolta in un periodo infarcito di inammissibili rimpianti, inazione, indisponibilità a farmi domande, figuriamoci ad ascoltare quelle degli altri. E così La fine dei vent’anni, un disco in cui avrei potuto e probabilmente dovuto specchiarmi, mi era scivolato via. La musica è di chi l’accoglie.
Non che il disco non mi fosse piaciuto. La voce di Francesco, la chitarra del mio mito Giorgio Canali (su due pezzi, gli ultimi), quel generico senso di disperazione che recepiva anche chi, come me in quel momento, rimaneva in superficie. Non parlava a me, che stavo nuotavo con la testa fuori dall’acqua per la paura mi entrasse nel naso.Forse, semplicemente, non ero fatto per la guerra dei 20 e per quella dei 30, forse il mio posto nel mondo è l’ammutinamento. Perché – parafraso Vinicio Capossela che racconta nel libro di Giovanni Ansaldo il suo stato emotivo al momento di comporre Ovunque Proteggi – a 40 anni puoi iniziare a fare quello che ti pare. Liberatorio.
E allora sono pronto. Prontissimo ad ascoltare La fine dei vent’anni. Che, in teoria, non dovrebbe più parlarmi. È il problema delle opere generazionali: quelle davvero perfette invecchiano male, è successo pure a Trainspotting. Oppure chissà. D’altra parte c’è chi dice che i 40 sono i nuovi 30. Per riascoltare La fine dei vent’anni non devo nemmeno uscire di casa. Il disco è tutto disponibile su Rockit, all’epoca uscì in “preascolto” sul nostro portale. Bei tempi, quelli delle anteprime, quelli del non “fuori ora dappertutto”. Un piccolo pezzo di archeologia discografica ricordato da un comunicato di Woodworm, benemerita label aretina (alla faccia del campanilismo toscano) che ebbe l’intuizione di pubblicare questo ragazzo di Livorno che ormai da tempo considerava arrivata a un punto fermo la sua esperienza con i Criminal Jokers.
Partono le prime note di Del tempo che passa la felicità e accade quel che avrei voluto non accadesse. Mi ricordo dei miei trent’anni. Sarà il player retrò di Rockit, sarà la voce abrasiva di Francesco, sarà quel buco lasciato dal piercing sotto il labbro, la produzione di Riccardo Sinigallia. Ma è proprio il 2016. Il mio 2016, anche se allora mi ero negato la possibilità di avere 30 anni. Ti risale tutto all’istante, segno che le note erano giuste, a dispetto di quel che dice Motta nella prima strofa del brano d’esordio. “Sarebbe bello finire così lasciare tutto e godersi l’inganno”. Così, all’improvviso, mi è chiaro per quale meccanismo di autoconservazione dieci anni fa non avessi potuto fare del tutto mio questo album. È un pezzo dolcemente doloroso, tutto quel che verrà dopo è già lì, in quei 4 minuti e 9 secondi.
La fine dei vent’anni è un folk. Difficile immaginarla diversamente. Perché la fine dei vent’anni, tra acciacchi e cose che d’un tratto non ti danno più soddisfazione, è una grande conquista. Solo che “la fine dei vent’anni è un po' come essere in ritardo”. È il delay che ci frega: certe cose le capisci solo anni dopo, altrimenti era facile. La resistenza passiva alla vita prosegue con Prima o poi ci passerà, in cui sbucano i primi suoni sintetici. Un’ode allarassegnazione partecipata. C’è un passaggio meraviglioso: “Finalmente dormiremo, avremo un posto dove stare. Ma saremo troppo stanchi, per poterlo raccontare”. Ai 30, e figurarci ai 40, manca solo la mistica. Se a questo punto non è stato ancora tratto un biopic dalle nostre vite, o per lo meno non ne hanno acquistato i diritti, è probabile che non accadrà mai. E va benissimo così.
Sei bella davvero, il pezzo più streamato del disco e dell’intera discografia di Motta se non fosse andato a Sanremo, è dedicato a una ragazza transgender. Ma, ha detto lui, poco conta: se fosse stata una ragazza era lo stesso. È una gran canzone d’amore, a chiunque sia indirizzata e a qualunque età la si ascolti. Roma stasera è un pezzo come dovrebbero essere i pezzi dei Maneskin. Invece l’ha fatto Motta 10 anni fa e non è nemmeno un singolo. Attitudine rock, sonorità vagamente psichedelica. Immancabile il riferimento ai “figli che non avremo”: “Raccontare le storie ai figli degli altri sarà divertente”. La denatalità è uno dei grandi topic della nostra epoca, e l’“indie” italiano lo aveva capito per tempo.
Mio padre era comunista è il rovescio della medaglia. Perché i 30 sono l’unica età in cui sei in egual misura padre (o madre), per lo meno in potenza, e figlio. La melodia – approfittiamo per i riconoscimenti anche a Cesare Petulicchio (Bud Spencer Blues Explosion) alla batteria e al lavoro autorale di Alessandro Alosi de Il Pan del Diavolo, fondamentale anche oltre il featuring in Se continuiamo a correre – è molto particolare. Quando Motta dice “mio padre era comunista e ora colleziona cose strane”, però, più che in lui ci riconosciamo nel padre. E non è un bene.

Prenditi quello che vuoi è un mantra. Sa di Beatles e di CCCP allo stesso tempo, la voce di Motta qua, non so nemmeno bene perché, mi ha sempre ricordato quella di Toffolo. Uno skit. Secondo me bellissima. Arriva il momento del feat. con il già citato Alosi (nodo al fazzoletto: ricordiamoci di celebrare il Pan del Diavolo ogni tanto). Pezzo con tanta chitarra, che riporta alla stagione del rock italiano di 15-20 anni con una grande prod di Sinigallia che incastra le sue voci su un andamento filmico. Un pezzo che porta fuori da sé, dopo tante viscere. Balsamico.
Se il brano dopo mantiene un afflato cinematografico nelle sonorità – a cui ora contribuisce Re (chiediamo scusa) Giorgio Canali –, ritornano nelle tematiche e nel linguaggio l’esistenzialismo, una dimensione intima, una lucidità dolorosa. Terminata Una maternità, si chiude con Abbiamo vinto un’altra guerra. I due brani finali si riflettono nei primi due, anche se è fin troppo chiaro che in questo disco non ci sia né un punto di arrivo né un punto di partenza (non ci sono nemmeno nei singoli brani, d’altra parte: sono per lo più dei flussi di pensiero che verosimilmente proseguono anche una volta terminata la melodia).
La traccia di chiusura è l’ultima cartella alla bocca dello stomaco del me quarantenne. Un pezzo che sa di fine, di cose che vanno come devono andare e non come vorremmo andassero. Ho appena sentito un grande disco (che riascolteremo dal palco di MI AMI il 23 maggio), fatto da un ragazzo di due anni meno di me, che aveva un sacco di cose da dire e ha trovato il modo giusto per farlo. Parlando a una generazione e, scopro ora, pure a quella dopo. La musica lo fa. Pure la vita lo fa.
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L'articolo La fine dei vent’anni, all’inizio dei quaranta di Dario Falcini è apparso su Rockit.it il 2026-03-18 09:16:00

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