Mia Martini / Rubrica

Mia Martini e l’interpretazione dei sogni (e degli incubi)

Le salite, ma soprattutto le cadute, di una delle più grandi interpreti della canzone italiana.
11/01/2019 12:15

Prima dell'uscita della fiction-biopic “Io sono Mia” , al cinema il 14-15-16 gennaio distribuita da Nexo Digital, facciamo il punto su Mia Martini, su questa figura così particolare e fragile eppure così potentemente centrale e baricentrica per la musica italiana (per un suo profilo biografico vi rimandiamo all'approfondimento di Giulia Callino).

 

“No comme se fa'/ adda piglia' sultanto/ o mare ca ce sta'/ eppoi lassa' stu core/ sulo in miezz a via” così canta Mia Martini in “Cu' mme!” in duetto con Roberto Murolo per il testo di Enzo Gragnaniello in quel 1992 così strano e particolare per lei. Strano e particolare perché è un anno felice, senza nubi all’orizzonte dove Mia Martini, apprezzata e considerata come una delle principali interpreti della canzone italiana, viene riverita e richiesta da tutti. E dire che non è stato sempre così anzi, non è mai stato così. Già perché la storia di Mia Martini, pseudonimo di Domenica Rita Adriana Bertè per gli amici Mimì, è una storia fatta più di cadute che di risalite, di grandi amori certo ma anche di insondabili dolori e ferite che l’hanno segnata nel profondo.

Tuttavia il mito di Mia Martini che via via negli anni è diventato sempre più forte e radicato nel sentimento nazionalpopolare (quante volte ci è capitato di sentir dire, magari a nostra madre o a qualche lontana zia, “Quanto era brava la Martini, poverina, l’hanno fatta amazzare”), tanto da portare la Rai ha realizzare una fiction dedicata a lei e che uscirà il 15 gennaio al cinema, ha subito una sorta di corto-circuito a causa del quale non si tiene più conto dei meriti, innegabili, a livello artistico della stessa ma si continua, in un ossessivo gusto per una vita sfortunata come la sua, a scavare nella vicenda biografica.

Via https://static.fanpage.it

Non occorre, forse, scomodare Marcel Proust e il suo formidabile scritto giovanile Contro Saint-Beuve, nel quale egli scrive: “Occorre distinguere la biografia di un autore dalla sua opera”. Meglio invece utilizzare uno dei suoi celebri aforismi, “Je qui n’est pas moi”, ci è utile per capire indipendentemente dalle innumerevoli sfighe che Mia Martini ha dovuto passare durante la sua carriera/vita, con tanto di corredo di malelingue sul portare iella, ecco, nonostante questo, lei, per quanto ha espresso a livello artistico, è forse come nessuna “la cantante delle emozioni squassanti e deflagranti”, non sempre necessariamente positive. Ma andiamo con ordine, visto che la vita di Mia Martini oltre che di grandi sfortune è segnata anche da grandi canzoni, scritte da grandi interprete e, tra l’altro, con un successo crescente. Attraverso queste stelle cercheremo di ricostruire la costellazione di Mimì, così splendente, ancora oggi, nel cielo, forse perché ha condiviso la strada e il destino, financo gli amori, con altre grandi stelle del firmamento musicale italiano.

 

Prendiamo ad esempio il suo primo, indiscutibile, successo, “Piccolo uomo”, un pezzo scritto da Bruno Lauzi e Michelangelo La Bionda, su musica di Dario Baldan Bembo che inizialmente non era molto convinto di affidarlo all’esordiente Martini, dato che avrebbe preferito i più rodati I Camaleonti. E invece la canzone cantata da Mimì esplode, con quell’arrangiamento baldanzoso e sixites su cui Mia Martini si trova a suo agio dato che aveva mosso i primi passi nel mondo della musica proprio come ragazza ye-ye quando, assieme alla sorella Loredana e all’amico di una vita Renato Zero, viaggiavano per la penisola rigorosamente in autostop. Con quel ritornello così disperato e drammatico “È l'ultima occasione per vivere/ Vedrai che non la perderò”, “Piccolo uomo” porta alla vittoria de il Festivalbar ed al disco d’oro 1972. Tra l’altro nell’ottobre dello stesso anno esce il suo primo “Nel mondo, una cosa” che si segnala, oltre che per essere il più apprezzato dalla critica (e questo rapporto, diciamo così, “privilegiato” con la critica sarà una costante nella carriera di Mia Martini), per l’interpretazione di “Valsinha”, canzone scritta da Vinícius de Moraes e che la stessa Martini dichiarerà essere il brano da lei preferito in assoluto all'interno del suo repertorio. Anche l’anno successivo è contraddistinto da un grande incontro.

Via http://www.parlandosparlando.com

Eppure le cose sembravano non filare troppo bene per Martini. Infatti Bruno Lauzi aveva tra le mani una canzone molto forte, intitolata “Minuetto” ma non riusciva, come si dice nel gergo, a “chiuderla”. Il testo gli scivolava tra le dita e allora, ecco il colpo di genio: si chiama in soccorso Franco Califano, il “Califfo” della canzone romana che viveva in quegli il periodo di massima ispirazione artistica. Califano allora, grande conoscitore dell’universo femminile (e non solo) capisce che per un’interprete come Mia Martini quella canzone, così per com’era, aveva un testo troppo freddo e distaccato: occorreva più carne, pelle e sudore. Ed ecco allora che Califano si mette a scavare direttamente nella vita di Mimì, specie per quanto concerne le vicende amorose più difficili e in un certa misura drammatiche. Ne viene fuori un testo bomba, che ancora oggi ci ricordiamo perfettamente, così come è incastonata nella memoria collettiva la copertina del singolo, in cui si vede la stessa Mia Martini seduta pensierosa assieme ad un cane al Caffè Greco di Roma.

 

 

Tra il 1973 e il 1974 quindi la carriera di Mia Martini pare essere definitivamente decollata, tanto che proprio con “Minuetto” si toglie la soddisfazione di vincere la seconda edizione del Festivalbar consecutiva, impresa che era riuscita soltanto a Lucio Battisti. Anche gli anni successivi confermano questa sensazione di “artista matura” la quale, tra l’altro, cosa più unica che rara, ha anche un ottimo successo all’estero, dalla Francia alla Germania passando per il Canada. Ma, ve l’abbiamo detto fin dall’inizio, questa non è una storia di successo è anche e soprattutto una storia di cadute, di sofferenze e di distruzioni.

Cadute, sofferenze e distruzioni che si concretizzano nel 1977 quando Mia Martini, per svariati motivi, decide di rompere anzitempo il contratto con la RCA per approdare alla Warner. Questa sorta di terremoto, che tra l’altro porterà all’arista una montagna di debiti a causa delle penali in caso di rescissione anzitempo del contratto, porterà però, neanche a farlo apposta, ad un nuovo, squassante, incontro del destino: quello con Ivano Fossati. Fossati, appena terminato il suo periodo progressive con i Delirium, si stava via via affermando come compositore di testi raffinati e dal grande valore anche poetico. I due prima si studiano e poi si perdono assieme: la passione li travolge, dolorosa e assoluta come solo un amore potrebbe essere tra Fossati e Mia Martini. Da questo sodalizio, artistico e sentimentale, ne fuoriesce non solo una delle più belle canzoni del repertorio di Mimì e di Ivano Fossati ma, senza dubbio, della musica italiana tout court: “La costruzione di un amore”.

“E intanto guardo questo amore/ Che si fa piú vicino al cielo/ Come se dopo tanto amore/ Bastasse ancora il cielo”.

 

Già, una canzone di infinita bellezza ma non basta, tutta questa bellezza non basta per fermare il dramma che cova sempre nelle vicende terrene di Mimì. Il rapporto con Fossati è infatti difficile, aspro, il cantautore ligure prima sembra volerla sempre più ispirare come artista ma poi, quasi in una sorta di gioco sadico, vuole tenerla sotto il controllo. Racconta la stessa Mia Martini che un giorno, dopo che Fossati si era tenacemente opposto ad una sua collaborazione con l’adorato Pino Daniele, presentatasi in sala d’incisione, letteralmente, perde la voce. La delusione per la fine del rapporto con Fossati più le malelingue di cui dicevamo sopra, che sostenevano portasse iella, la distruggono. Mia Martini si sente più sola che mai: non ha praticamente nessuno a cui aggrapparsi, visto che anche gli amici di una vita, Loredana e Renato, sono molto impegnati con le loro carriere. Ed ecco allora la rinuncia alle scene, un qualcosa di clamoroso che solo le grandi come Mina avevano fino ad ora anche solo pensato.

Il silenzio, assordante, di Mimì dura fino al 1989, l’anno dei cambiamenti. Grazie anche a tanti amici artisti e cantautori, tra i quali spicca Fabrizio De André. Ma è ancora grazie ad una canzone che Mia Martini “rinasce” e la canzone in questione è “Almeno tu nell'universo” scritta da quello stesso Bruno Lauzi “padre” del suo primo grande successo di quasi trent’anni prima. “Almeno tu nell’universo” è LA canzone di Mia Martini, che la cantante porta al Festival di Sanremo, riscuotendo un formidabile successo di pubblico e di critica. Anzi tale è l’ammirazione dei critici sanremesi nei confronti di quel pezzo e di quell’artista che, da quell’edizione, si è deciso di istituire giustappunto il premio della critica, oggi chiamato “Premio Speciale Mia Martini”. Arriviamo così ai primi anni Novanta e alla ritorno in grande stile di Mimì.

Tutta è perfetto, si respira “beltà, ordine e lusso, calma e voluttà” direbbe Baudelaire nella vita di Mia Martini. Eppure non è così. Sì certo ci sono i successi, i grandi successi dei suoi album, come “La musica che mi gira intorno” del 1994 però gli alterchi con la casa editrice di allora, la Polygram, certificano come per mia Martini non sia stato un periodo così sereno. Perché? A cosa erano dovuti quelle tensioni che porteranno Mimì, in procinto di partire per un nuovo tour, ad una morte improvvisa nel maggio dello stesso anno? Non si sa ma fatto sta che, dopo un paio di giorni di irreperibilità, il manager di Martini decide di chiamare le Forze dell’Ordine che sfondano la porta della casa dell’artista e la ritrovano, con le cuffie del walkman ancora nelle orecchie, priva di vita. L’autopsia indica che la causa è stato un arresto cardiaco da overdose di stupefacenti.

 Fatto sta che da quel momento l’intero mondo dello spettacolo, segnatamente quello musicale, si sente, in un certo qual modo, co-responsabile di quella tragica e anticipata dipartita di un’artista al contempo così forte e così fragile. Perché poche come Mia Martini hanno saputo per davvero incarnare questa figura di interprete assoluta, capace di far proprie le più disparate canzoni provenienti dalle “penne” più diverse per tramutarle in qualcosa di diverso, in qualcosa di più, in qualcosa di estremamente potente e fragile, ancora una volta, assieme. Ecco perché, quando (e accade spesso) in qualche talent o in qualche trasmissione di rievocazione, si sente qualche canzone di Mia Martini l’effetto è sempre stordente: fa certo piacere per la bellezza dei pezzi ma si prova anche una certa sofferenza perché non si può fare a meno di pensare alla triste sorte di Mimì. Già, Mimì, l’artista capace con la sua interpretazione dei sogni di porre in realtà i sogni e i desideri dei cantautori di casa nostra e per questo di brillare, come poche altre stelle, per sempre nel cosmo dei nostri ascolti.

Tag: Retroterra

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