Red Worms' Farm, un decennio senza compromessi

La Tempesta ripubblica il catalogo della migliore live band italiana degli anni ’00. La loro storia, il romanzo di cosa accadeva prima che la parola “indie” perdesse di senso, per trovarsi di nuovo sotto palco a sudare, ascoltare musica e fottersene di tutto

I Red Worm's Farm in una foto d'archivio
I Red Worm's Farm in una foto d'archivio

La prima volta che ho visto i Red Worms' Farm dal vivo, le cose erano già cambiate. Era sì la prima decade degli Anni Zero ma ai festival hardcore iniziavano a spuntare nomi che poco o nulla avevano a che fare con una supposta scena (qualcuno forse ricorderà i Baustelle preceduti dai Death of Anna Karina in una celebre occasione), di tutta risposta però potevi beccarti i Red Worms' Farm al MI AMI dopo gli Offlaga Disco Pax. Più vicini agli headliner dei The Zen Circus. In una edizione, quella del 2005, che - leggenda vuole - vide ¾ dei futuri Teatro degli Orrori nella stessa sera in gruppi diversi: Capovilla coi One Dimentional Man (Valente si aggiungerà dopo), Mirai con i Super Elastic Bubble Plastic e Favero, in pausa dai primi, come tecnico dei Worms' appunto. Mica male, insomma. Tanto più che sia Pierpaolo che Giulio avevano già cantato e suonato coi Red prima che averli accreditati su un proprio disco potesse esser un buon viatico per destare una qualsivoglia curiosità.

Ma la prima volta che ho visto i Red Worms' Farm non fu a Milano, bensì dalle parti di Modena, in un'estate che, come direbbe Tondelli, persa tra volute di rugiada pesa sull'erba e la faccia volta alle stelle, persino Modena sembrava bella e vivibile. Ad ascoltarli fui praticamente costretto da tre conoscenze forniti di impeccabili credenziali: il chitarrista di una stra-nota band che per comodità chiameremo C.S.I., la memoria vivente di tutta la scena nostrana di una rivista musicale per cui avrei scritto per sette  anni che per comodità chiameremo Rumore e il gestore di un'etichetta indie molto cool a dispetto delle sue stesse intenzioni, che sempre per comodità chiameremo Robot Radio Records. La prima cosa che mi colpì, per dirla alla romana, furono i “ferri” che usavano. Una Tele nera e una Firebird sunburst che li poneva oltre la nomea di gruppo venuto su a pane e Fugazi (notoriamente di scuola SG) come già si diceva in giro. Tesissimi, d'istinto carnale. Marco Martin e Pierre Canali, supportati alla batteria da Matteo Di Lucca (piatti al minimo storico, niente tom, furia da vendere), spiccavano per immediatezza frenetica e iniziavano a mietere vittime: plotoni di wannabe (con strumentazione della Fisher-Price, però) si sarebbero da li a breve messi a fare lo stesso o qualcosa che somigliasse abbastanza.

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Poche parole col pubblico e continui sguardi tra loro con un'intesa che sembrava dire: “Te non lo sai ma Amedeo Pace e Kazu Makino (Blonde Redhead) me spicciano casa”. Potenza controllata. Tutto il retaggio hardcore-wave forgiato alla Casa dei Diritti, al Tube, al Gramigna, al Pedro: una rete locale che presto è diventata nazionale (uno split culto con i pesaresi Sprinzi) e internazionale (un altro con gli americani The Paper Chase, celebrato fino all'altro ieri persino su Blow Up). Il concerto fu di un'immediatezza assassina. Di media ogni tre minuti si partiva con un nuovo pezzo.

Si creò una pozza di sudarella ed emozioni sottopalco sufficiente per farci il varo della presa bene collettiva. Roba da restare intontiti. Spaesati. Da non credere che tutto questo potesse essere nato in un posto del cazzo chiamato Troncomorto, dove moriva un binario ferroviario di Padova, in una porzione di casa ingenuamente ribattezzata “Covo”. Roba che se non dici “Seattle scansati!” è solo per eccesso d'obiettività e onestà intellettuale. Ma procediamo per gradi. La cosa che colpisce dei Red Worms' Farm è la compattezza inviolabile, musicale e umana. “Non solo ai Fugazi, ci sentiamo vicini alla Dischord”. La voglia incontrollata, e a tratti autolesionista, di non voler fare della musica una professione.

Sintesi impazzita dell'hardcore in tempi recenti che distrugge e rivitalizza il sistema discografico per come comunemente lo si intende. Il rigore granitico del get in the van. Cento date, ovunque, senza mai risparmiarsi. “La nostra politica è quella di tenere cachet bassi e di suonare il più possibile”. L'epica della old-school, rapportata ai tristissimi anni Zero, del fallo senza tante storie. “Tutti noi durante la settimana si lavora se c'è una serie di date ravvicinate e magari all'estero dobbiamo sacrificare le nostre ferie, punto”. Ammirazione piena, e tutto il resto è noia. Nel tempo abbiamo visto un sacco di gente finire su major, diventare personaggio, se non direttamente buffa caricatura. La veste grafica di The Paper Chase Meet Red Worms’ Farm (realizzata da Alessandro Baronciani, manco a dirlo) ha un tizio con una maschera davanti a uno specchio. Con la musica dei Red Worms' Farm la maschera al massimo uno se la toglieva.

Per anni andare ai concerti è stata una questione di knowledge, anche qui, da noi. Credo lo sia ancora, soltanto non ci faccio molto caso oramai. Hai quella maglia? Che ci fai a questo concerto? Se siete di questa scuola fatevi da parte, questa è musica per chi non ha questo genere di preoccupazioni. Strepitosi dal vivo (“tra le migliori band live italiane”, si scriveva in giro) e avvolgenti su disco, i Red Worms' Farm hanno mischiato le loro influenze (dai Sonic Youth ai Fugazi, dagli Unwound ai Codeine, dai PIL agli Spacemen 3) alla rete di musicisti e conoscenze accomunate dalla stessa visione del mondo e una sana dose di don't give a fuck.

I Vermi fanno parte di quei gruppi nati e finiti troppo in fretta. Ma la storia della nostra musica preferita, lo sappiamo, è fatta soprattutto di idealisti, gente che si trovava al posto giusto ma con una testa sbagliata. Laddove la discografia tradizionale in dieci anni si ingolfa di nuovi modelli che invece cercano a ogni costo il loro spazio e - sgomitando - lo ottengono. I Red Warms' ne sono un esempio altissimo. A otto anni di distanza dall'ultimo disco ufficiale, La Tempesta restituisce al mondo del digitale l'intero catalogo di Red Worms’ Farm. Prendete e godetene tutti.
 
VERMOGRAFIA

Red Worms' Farm (Halley Records, 2001)

Il debutto, sorprendente. Dopo una breve parentesi a otto mani, i padovani capiscono che 3 è il loro numero (più avanti, scriveranno “two guitars and drums always do the same” in copertina). Aiutano alla registrazione Favero dietro il mixer e Capovilla che, della quarta traccia, scrive e canta il testo. A pensarci adesso sembra assurdo ma le chitarre e la batteria che rotolano tra l'hardcore adulto di matrice Washington DC e la coralità post (all'epoca si diceva ancora indie senza vergogna) ne fanno un classico. Da notare come le note di copertina portino tra i ringraziamenti solo gli Infranti ma a nessuna delle formazioni straniere tra quelle a cui verranno collegati. Poco dopo registreranno coi One Dimensional Man l'inedito Temporal Quasar's Music sulla compilation Loser, My Religion 2.

 

Troncomorto (Halley Nation / Fooltribe, 2002)

Dopo il primo memorabile passo, i Vermi non solo non si spostano dalla zona del Troncomorto ma ci intitolano proprio un disco. Registrato e mixato in 5 giorni nel loro Covo, di nuovo da Giulio Favero che stavolta suona il basso anche in Victim; dedicato a tutta una allegra combriccola fatta di amici già incontrati durante il percorso fatto fin'ora; ritrova Dodi, il primo bassista, nella conclusiva Tube e soprattutto Checco, tromba dei Radio Ljubljana, nell'apertura Prima e poi in Instrumental. E' tutto pronto per zompare dalla nicchia quattrocchi che vede solo un gruppo nato dopo un concerto dei Fugazi e raggiungere chi ascolta i Sonic Youth, Trail of Dead, Codeine, Shellac, June of 44... e alla fine rendersi conto che forse 'sto Troncomorto non è poi così un brutto posto dove stare.  

 

The Paper Chase Meet Red Worms’ Farm (Robot Radio, 2004)

Dopo lo split Dirk Van Den Broek ‎(Fooltribe/Alicedischi, 2003) con Sprinzi e To The Ansaphone, a ulteriore conferma di un proprio network sempre più esteso, esce quello coi The Paper Chase, culto americano di base noise e avantjazz. Questo bel acchiappo se lo accaparra Stefano Paternoster della nascente Robot Radio come prima uscita (seguirà tanta altra roba interessante: Lucertolas, Putiferio, Dead Elephant) dopo un passato con la 'zine Equilibrio Precario. Nato come divertissement mostra due band differenti (più cervellotici i primi, più coinvolgenti i secondi) ma coese. Nicola Fontana realizza due videoclip, quello per Pop Song dei nostri, giocato su foto e filmati dei loro concerti, e quello per I'm Your Doctor Now dei Paper, in nero-bianco-rosso su paesaggi e urbanistica varia.

 

Amazing! (Fooltribe, 2005)

Tranne un pezzo, Pop Song Remix, a cura del fidato Favero, la produzione questa volta è curata dal polistrumentista Max Stirner, futuro organista (!) nel debutto de Le Luci della Centrale Elettrica, e Annibal Smith. Amazing! è il disco del fomento, nato da una carrettata di date in Italia e in Europa con una Volvo gonfia di strumenti che si svuota nel pomeriggio e si riempie a notte fonda dei sorrisi di chi ha partecipato al rito collettivo. Amazing! è il salto avanti di chi ci ha preso gusto e ne vuole ancora. Venti minuti, dieci tracce che saziano come un buon pasto. Amato ovunque, fosse servito a qualcosa, è il sigillo sulla reputazione (dal vivo e non) dei Vermi, e indipendentemente dal fatto che sia il disco suonato e registrato meglio rispetto ai precedenti. Il nome diventa Redworms' Farm.

 

Cane Gorilla Serpente (Smartz / Infecta / Fooltribe, 2007)

Boh. Il 2007 fu in toto un anno particolare. Da un lato mine (Dell'Impero delle Tenebre) dall'altro roba osannata/massacrata in parti uguali (Dividing Opinions). Ecco, con rare eccezioni, Cane fu massacrato ovunque. Colpevole di perdersi in un carnevale (qualcuno ci lesse perfino una variante da discoteca rock: cazzata!) di inconcludenti influenze. C'è chi ci sente echi di PIL, chi Gang Of Four, chi Liars, i Klaxons, lessi NIN. E in effetti tolte Help Me, Everybody e qualcos'altro ci si capisce poco: c'è una canzone, Devo, che qualcuno associa al gruppo di Akron, ma sembra scritta dai Flipper. Quasi disinteressati di farsi carico di questa uscita i Vermi sostituiscono i propri nomi con Cane, Gorilla, Serpente e ricambiano il nome in un unico Redwormsfarm. Diteci la vostra.  


4 (Infecta, 2010)

A raddrizzare le cose ci pensano questi quattro pezzi usciti (in stilosissimo vinile bianco) dopo tre anni dal capitombolo faunistico. Wasted, Revman, Cane Mangia Cane e Never Repeat segnano una sorta di back in tha dayz, quando i Red Worms' Farm riuscivano a coniugare il loro sound indie in salsa hardcore all'elettronica minimale senza però sembrare i Prinzhorn Dance School de noantri. 4 riparte da lì: sound febbrile e corposo. Nulla da dire infatti. Fa solo strano risentire queste piccole registrazioni sapendo che sono state tra le ultime fatte di Redwormsfarm prima di appendere tutto al chiodo. Soprattutto perché i Vermi, dietro la scorza dei duri, nascondevano la malinconia di molte di quelle formazioni anni '00 che, emotive e nervose, oggi ci allieterebbero ancora le giornate.


Against (Infecta, 2013)

Con una delle copertine più brutte del secolo, dopo altri tre anni, l'ultima uscita dei Vermi non brilla certo per particolare gusto e originalità. E' il canto del cigno e, come ogni canto del cigno, fa gioire o storcere il naso in egual misura chi lo sente. I Redwormsfarm ci ricordano che dal loro esordio, dodici anni più indie-tro, essere europei (italiani, poi) e fare musica totalmente indipendente non è mi stato semplice. Li salverà questo capitolo? Affatto. Against oscilla tra urgenza e stile, tra voglia di restare fedeli a sé stessi e quella di fare un passo avanti, che dopo tutto questo tempo diventa pure fisiologico. Viene fuori un disco alla “chi si accontenta gode” frutto di una marginalità, un po' cercata un po' ingiustamente subita, che inizia a pesare ai tre, oramai non proprio giovanissimi.    

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L'articolo Red Worms' Farm, un decennio senza compromessi di giorgiomoltisanti è apparso su Rockit.it il 2021-04-29 15:05:00

Tag: punk album

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