Perché non bisogna sentirsi in colpa se non si riesce a tenere il passo con la musica nuova

Una scena del film Alta Fedeltà - Una scena del film "Alta Fedeltà" -
22/09/2016 di

È stato detto e scritto talmente tante volte che è quasi superfluo ribadirlo: viviamo in un'epoca in cui siamo letteralmente bombardati d'informazioni e contenuti multimediali. Leggiamo, guardiamo film e ascoltiamo musica più di ogni altra generazione precedente, forse perché internet ha sconvolto la vita dell'essere umano come solo la ruota e il fuoco hanno saputo fare. L'abbattimento dei costi nella produzione musicale ha permesso la diffusione di homestudio e una conseguente valanga di ep, mixtape e dischi fatti in casa che escono ogni giorno ad una qualità molto più che accettabile che una volta.

Dati alla mano, nel 1999 solo negli Stati Uniti d'America sono stati pubblicati 40.000 dischi, nel 2008 sono diventati 100.000, il 150% in più. Ammettendo che il trend di crescita sia rimasto più o meno lo stesso, nel solo 2016 ci troviamo di fronte all'uscita di quasi 250.000 dischi, tutti ascoltabili subito e gratis.
Ogni settimana ci sono uscite-bellissime-che-non-puoi-perderti: è grandioso poter ascoltare praticamente in diretta tutto ciò che viene pubblicato al mondo, ma è anche vero che se lo facessimo sul serio non avremmo tempo per metabolizzare a fondo alcun disco, cosa che puntualmente accade.
Lasciarsi andare a questa bulimia musicale, dedicare una manciata di ascolti a un lavoro prima di passare al prossimo, vanifica de facto tutti gli sforzi fatti dall'artista per comunicare con gli ascoltatori, e ci mette in una situazione incresciosa molto più simile al mito di Sisifo che al piacere di godersi una cosa bella come dovrebbe essere la musica. Se come il primo re di Corinto siamo costretti a ricominciare così in fretta da capo, ad aggiornarci continuamente, arriverà allora il momento in cui, stanchi di portare quel sasso sulla cima della montagna, ci chiederemo, in un richiamo al saggio camussiano: «perché?»

(Un'immagine dalla fanzine di Frank Ocean "Boys Don't Cry")

Quel momento, secondo questo chiacchierato studio, arriva intorno ai 30 anni. Pare infatti che tra i teenager prevalga l'ascolto di musica pop o tendenzialmente mainstream, ma una volta raggiunta "la maturità" si smette di ascoltare musica popolare, preferendo l'esplorazione di nicchie musicali poco presenti nelle radio e nei circuiti mainstream. Soltanto in un terzo momento si arriva invece a rifugiarsi nei vecchi successi della giovinezza, in preda (questo i dati non ce lo dicono ma possiamo immaginarlo) a una certa saudade.

La ricerca, di per sé, non è certo perfetta: innanzitutto "musica popolare" non coincide sempre con "ultime uscite". Inoltre non mostra i veri motivi per i quali ad un certo punto si smette di voler essere aggiornati a tutti i costi, tornando ad ascoltare musica di qualche anno prima. Il piacere derivante dall'avere una comfort zone nella quale rifugiarsi di tanto in tanto è un sentimento tanto diffuso quanto normale, così come lo è il cadere nella falsa (e dannosa) retorica dei "bei vecchi tempi", quella secondo cui "la musica di una volta era tutta un'altra cosa".

Juvenoia è un neologismo coniato nel 2010 da David Finkelhor, ed è il termine che intende racchiudere quel sentimento di paura che una generazione prova verso la cultura giovanile che la segue, con annesso il continuo bisogno di giudicarla. Di base, questo deriva probabilmente da un'idea abbastanza semplice: "dopotutto la nostra generazione è venuta su bene, senza troppi intoppi. Se ha funzionato con noi, perché loro non fanno lo stesso?".
Ecco, se mai avete indugiato attorno a questi pensieri, sappiate che siete dei vecchi tromboni che stanno ricadendo in uno dei meme che caratterizzano da sempre l'umanità. E poi, a quanto pare, probabilmente ci troviamo davanti alla migliore generazione di sempre.

Insomma, non sentirsi in colpa se non si riesce a tenere il passo con la musica nuova non ha a che fare con la qualità della musica nuova, e non è una scusa per rassicurarsi col pensiero che, in fondo, non ci stiamo perdendo niente di che.

Anzi, a dirla tutta l'arte che stiamo vivendo si sta facendo sempre più complessa: i telefilm, uno dei medium che ha subito un exploit negli ultimi anni, sono costruiti su trame e con principi sempre più intricati. Quando nel 1979 si seguivano i due cugini Duke della regione di Hazzard, si sapeva cosa aspettarsi, ovvero inseguimenti in auto e scaramucce. Nel 2013, la quarta stagione di Arrested Development, serie televisiva famosa per la sequela di inganni e fraintendimenti che spesso vengono chiariti soltanto nel finale della puntata (e non per forza!), viene girata con un obiettivo chiaro: rendere la serie interattiva in un modo tutto particolare. A detta dello sceneggiatore, infatti, sarebbe possibile seguire ognuno dei personaggi attraverso la propria storyline saltando le puntate che non lo vedono protagonista. 

Anche nella musica pop (e non) si mantiene una certa liquidità, anche se spesso più che le melodie e i suoni riguarda tutto quel che c'è attorno ad un album, copertina, tracklist e data d'uscita compresi.
Eppure qualcuno obietterà che la musica pop sia diventata estremamente più semplice. Questo è vero ed è stato provato, ma forse non è necessariamente un male. Probabilmente negli anni i produttori hanno solo capito come ottimizzare il proprio lavoro e le macchine che hanno a disposizione. D'altronde, nessuno si lamenta se Ikea fa usare ai propri clienti soltanto delle viti (qualcuno ha mai detto: "Ah, Ikea, ancora viti! Io volevo proprio usare questa nuova sega circolare per montare la mia nuova libreria"?)

(Margaret Isabel Dicksee - "Sheridan at the Linleys", 1899)

Ma fuori dalle classifiche c'è un mondo sconfinato. Negli ultimi anni sono nati infiniti generi musicali dalle sfumature sottilissime (Spotify ne ha contati 1369 e ha rilasciato una lista di 50 generi musicali che hanno un nome strano, ad esempio). Ce n'è per tutti i gusti: dalle sigle di cedrate in slow-motion all'hardcore punk che inneggia a una vita libera dall'uso di droghe e dal consumo di derivati animali.
Prendersi il giusto tempo per selezionare, ascoltare e godere di ciò che un disco ci sta raccontando, cogliendone le sfumature e apprezzando il lavoro che si cela dietro cinquanta minuti di inediti è un piacere che non possiamo perdere, anche se questo vuol dire non avere un'opinione sul nuovo di Frank Ocean.
Senza voler citare concetti deleteri come quello di "decrescita felice", la chiave di volta sta nel seguire i propri umori.

Magari ascoltare per la milionesima volta un pezzo degli A Tribe Called Quest mentre si mangia il gelato può diventare un vero e proprio rito di tranquillità, magari si riescono a cogliere nuovi giochi di parole nelle strofe di MF DOOM, riconoscendone e ammirandone ancora di più la genialità. A volte, infine, ascoltare J Dilla a notte fonda può far bene: sembra quasi di vederlo mentre sistema la puntina sul giradischi e mangia l'ultima delle sue ciambelle, di quelle grosse come i culi delle stripper che lavorano nel suo stesso quartiere e ci campano tre figli. 

Negarsi il sollievo che si può provare nel pensare a tutto questo, semplicemente, non ha senso.

Commenti (1)

  • Kecco Recchia 22/09/2016 ore 13:17 @keccorecchia

    Mi hai risollevato l'umore e ti ringrazio!

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