Descrizione a cura della band

A vàgg’

E’ scritto aperta parentesi quadra, poi c’è la prima lettera dell’alfabeto e poi chiusa parentesi quadra. Che già
queste parentesi quadre, non vengono usate spesso, se non in matematica ma qua, stasera, la matematica
c’entra poco, se non per indicare il tempo. Quello musicale, però.
Divago, ma dopo è scritto ancora aperta parentesi quadra, poi c’è una delle ultime lettere dell’alfabeto, una V,
poi c’è un simbolo, due vocali strette in un abbraccio e poi c’è un’altra lettera che è una D che si protende verso
una sorta di numero 3 che però non è IL numero 3, lo sembra, ma come detto la matematica c’entra poco
stasera se non come statistica di quanti siamo qui intorno o per altri calcoli poco pratici, il numero delle birre,
non so, ma divago ancora.
Insomma c’è una D che sembra voler proteggere questo numero che non è un numero e questo segno ha un
nome tecnico. Si chiama affricata.postalveolare.sonora. Sonora, ma suona male.
Quindi, si diceva, che è scritto: Parentesi quadra, A, parentesi chiusa. Parentesi quadra, V, le vocali che si
abbracciano, l’affricata quella roba lì e chiusa parentesi quadra. Si pronuncia insieme. Dalla prima parentesi
quadra all’ultima. Si pronuncia tutto insieme.
A’ Vagg.
E’ una lingua antica, di campi e sudore. E’ dialetto. E’ un espressione che non si usa più. Significa venite qui
intorno a un fuoco che ci raccontiamo delle storie. E’ un significato racchiuso in due parole in dialetto. E’ una
cosa che facevano una volta, quando le donne avevano lunghe gonne di colori che di sgargiante avevano
poco, che erano invece sporche di fatica agricola, gli uomini portavano baffi e mani callose o almeno è così che
ce li immaginiamo.
Due parole, un retaggio dal passato che si può recuperare da qualche parte, in qualche modo.
Creiamolo allora, creiamolo ancora questo posto lontano anni luce dalle velocità che ben conosciamo, dove le
parole trovano spazio e modo di piantare radici, ispirate dalla musica, compagna di viaggio e guida sonora per
raccontarci scoperte, per ricordarci promesse, per tramandarci delle storie. Basta mettersi seduti in un qualche
casolare appoggiato nella campagna emiliana, accendere un fuoco se qualche divieto non ce lo impedisce,
mettersi qua intorno, i bimbi davanti, se stanno buoni, le donne poco dietro ad accarezzargli i capelli, gli uomini
intorno a fumare con boccate pastose, una bottiglia di vino, forse c’è anche della grappa – adesso chiediamo -
che gira in circolo, bicchieri di vetro spessi e ascolta, ci sono dei racconti.
Son storie del passato che servono a capire il futuro, son storie di fantasmi e spettri, ma non malvagi, storie di
vecchi saggi e guerrieri coraggiosi o niente di tutto questo. Sono cose, imprese, leggende, persone, sogni,
bisogni, grandezze, colpi bassi e spiriti nobili. Narrazione, in una parola, tradotta in musica rock.


Testi di Antonio Borelli
( http://cidindon.wordpress.com/2012/10/11/a-vagg-una-serata-un-focolare/ )

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