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Descrizione a cura della band

Di che cosa si dovrebbe cantare se non d'amore? Di che cosa si dovrebbe cantare se non d'amore, e dunque di morte, di vita, del suo senso e dello stare al mondo? Di cosa altro si dovrebbe cantare se non di ciò che salva o sacrifica, anzi, di ciò che salva e sacrifica? Ogni canzone di Gian Luca Mondo sembra porre dritte in faccia queste domande. E ogni canzone di Gian Luca Mondo a queste domande prova a dare una risposta. Una risposta non logica o addirittura filosofica. Ma una risposta conficcata nella carne, in quella carne che è la carne di un cantautore e di un uomo. La sostanza di una musica radicalmente blues, che del blues ha tutta la dannazione e la possibilità di salvezza.

Di questo sono fatte le dodici canzoni di “Petali”, disco in uscita per l'etichetta Controrecords di Davide Tosches. Di carne artistica e biografica, irrorata del sangue cangiante che è proprio dell'amore. Le parole di Gian Luca Mondo sono parole sacrificali, la sua musica anche. Canzoni con dentro tutta l'assoluta debolezza e la deragliante bellezza dei petali. Brani a cui è impossibile avvicinarsi senza schizzarsi di sangue e sporcarsi di polvere. Della polvere di chi cade, ma anche della polvere di cui siamo fatti e a cui ritorneremo. Perché l'innamorato sacrificato è un crocifisso ed è nella sofferenza estrema che canta, e dunque vive: “Come vorrei sentire / l'odore del tuo collo / disteso su un tavolo operatorio / inerme macchina / di sensi e vene e Dio / e far finta / che quel corpo sia mio”.

“Petali” è il terzo disco di Gian Luca Mondo. Si dovrebbe dire, com'è vero, che chiude una trilogia, se non fosse che dopo il primo capitolo (“Piume”, 2010), la seconda parte di questo triduo (“Perle”) non è mai stata pubblicata, nonostante secondo l'autore sia la migliore delle tre. Ma Gian Luca Mondo è così: ha scritto le canzoni di “Petali” in pochissimi mesi, lasciandosi trasportare a ritroso dalla sua devozione per il blues (da Bob Dylan a Blind Willie Johnson, Skip James, Robert Johnson, Jimmie Rodgers e pure Hank Williams). E dopo averle scritte – ma pure mentre ancora le scriveva: alcune tracce sono difatti nate in studio a Bologna – le ha affidate alla direzione artistica di Alec Dreiser e alla produzione di Carlo Marrone (Murder), musicisti ben lontani da ogni tradizionalismo blueseggiante.

Questi ultimi ne hanno tirato fuori tutta la visceralità estrema, fra chitarre sferraglianti e apocalittiche, atmosfere elettrico-cosmiche, scampoli di elettronica basilare e fiati di frontiera, in un lavoro di trasformazione sonora che a qualcuno potrebbe ricordare almeno nelle intenzioni quanto fatto dai musicisti del giro Constellation per gli ultimi dischi di Vic Chesnutt. Un incontro del genere, rischioso ma alla fine assai fecondo, ha creato una sorta di rumoroso Golgota dentro il quale Gian Luca Mondo racconta in canzoni tutt'altro che lamentevoli – e al contrario vigorose, amaramente ironiche, soprattutto visionarie e a tratti profetiche – il suo puro, nudo, salvifico sacrificio d'amore. “E poche ore prima / mi ero sentito perduto / e avevo perso ogni cosa / ora invece / seguendo tutti questi petali / ho trovato / dove è sbocciata la Rosa”.

Credits

Direzione artistica: Alec Dreiser
Produzione: Carlo Marrone

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