Any Other - La migliore

Any Other è stata in redazione per suonare qualche brano dal vivo: l'abbiamo intervistata

Tutte le foto sono di Mattia Savelli
Tutte le foto sono di Mattia Savelli

Il suo nuovo album "Two, Geography" è stato Primascelta, il massimo riconoscimento dato a un album da Rockit, e intanto Any Other è partita con la band per una prima parte del tour all'estero, in attesa di arrivare con una serie di date anche in Italia. A circa un mese dalla pubblicazione del disco, con la giusta distanza dalle aspettative iniziali e dopo le prime reazioni di pubblico e critica, l'abbiamo intervistata in occasione del suo live sui divanetti arancioni della redazione.


Allora come sono andate queste prime date all'estero?

Sono andate bene. Devo dire che le prime due o tre sono state anche molto strane perché col disco vecchio ero abituata ad una certa risposta da parte del pubblico, sia italiano che estero. Era un disco molto up dal punto di vista del mood e le persone magari ballavano, invece questo è un disco estremamente peso (ride), quindi durante le primissime date pensavo che nessuno si stesse divertendo, e invece dopo il concerto venivano a complimentarsi, a dire quanto si fossero emozionati. Quindi mi chiedevo "ma allora perché non muovono la testa??" e non mi rendevo conto del fatto che potesse essere qualcosa di faticoso da ascoltare dal punto di vista emotivo. All'inizio ero un po' stranita, però ho pensato che è bello che il pubblico si metta anche nella posizione di dire "accolgo questa roba a cuore aperto". Non è scontato.

In merito proprio alle reazioni che ha ricevuto il disco: quando un album arriva agli ascoltatori per loro è una cosa nuova, mentre il musicista magari ci sta lavorando da anni e forse è strastufo di ascoltarlo, ne ha una conoscenza approfondita e una certa visione. Quindi volevo chiederti se leggendo le recensioni o osservando le prime reazioni ai live hai capito qualcosa di diverso sul tuo disco che è stata una rivelazione anche per te.
Leggendo le recensioni mi sembra che sia stato recepito in modo molto fedele rispetto a quello che volevo far passare, e questo mi ha fatto piacere perché era una cosa a cui tenevo particolarmente. Allo stesso tempo, per quanto ci sia un sacco di fedeltà nella comprensione rispetto alle mie intenzioni, su delle cose magari abbastanza specifiche mi rendo conto che le persone le prendono e le fanno proprie.

Diciamo che è il patto tra musicista e ascoltatore a prevederlo.
Sì ma è una cosa che non avevo mai esperito, quindi la prima reazione è stata "no no non parla di questo!". Però, quando fai un disco, quel disco smette di essere una cosa solo tua, quindi è più che legittimo che ognuno lo prenda e ne faccia quello di cui ha bisogno, anche io l'ho fatto coi dischi degli altri.

Se leggendo i testi si capisce molto bene che girino intorno a una storia che per te è stata dura, mi sembra però che ora sia un periodo abbastanza positivo, stando a quello che ho letto nelle varie interviste che hai rilasciato in questo periodo. Ho avuto la sensazione che tu sia molto serena. Un messaggio che c'è spesso nel tuo disco è quello di imparare ad amare innanzitutto se stessi. Ci sei riuscita?
Non lo so! Però ho cominciato ad andare in terapia quindi ci sto lavorando. Una cosa con cui sto facendo pace in questo periodo è il fatto che le cose non debbano essere per forza fisse. Stai male per un periodo perché sei depressa o perché hai una relazione del cazzo, però passa, poi torna, poi passa, poi torna... Insomma non c'è nulla di definitivo e sto cercando anche di non darmi delle costrizioni e stare bene per forza. Mi sto anche concedendo di essere in conflitto con me stessa, sto cercando di rendermi conto che fa parte della crescita, che è normale e che va bene così. Ho accettato il fatto che non devo essere sempre precisa, la prima della classe.

Quando ho ascoltato "Two, Geography" per la prima volta mi è sembrato molto sofisticato, cerebrale, anche perché i brani non hanno una struttura classica. Poi, nel riascoltarlo molte volte, alcuni momenti mi sono sembrati molto più familiari di come mi erano sembrati all’inizio, e anche estremamente semplici (prendilo come un grande complimento). Quando scrivi un brano ti arriva già in una forma abbastanza compiuta o sei una che ci lavora tanto sulla direzione che deve prendere?
Dipende un po’ da pezzo a pezzo. In generale ho un pezzo con la sua "impalcatura", una melodia, un testo e un primo impianto armonico, da lì cerco di capire di cosa abbia bisogno quel pezzo. Per esempio mi è successo con un brano di pensare di aggiungere un pianoforte, e poi rendermi conto che non era necessario per quel brano in quel momento. Cerco di trattare le cose che scrivo come qualcosa che ha una vita, e quindi anche dei bisogni. C’è stata tutta una parte molto cerebrale per quanto riguarda la scrittura delle parti, e sono d’accordo con quello che dici, nel senso che alcuni pezzi hanno parti parecchio complesse, ma il risultato finale è comunque semplice, leggero.

Ormai sei una polistrumentista a pieno titolo, secondo te il fatto di maneggiare tanti strumenti ha cambiato il tuo modo di pensare alla prima fase della scrittura del brano?
Assolutamente sì, perché prima partivo con la chitarra, suonicchiavo delle idee oppure mi appuntavo delle linee vocali, invece adesso magari alcune cose partono da cellule melodiche che non hanno a che fare con la voce, oppure da studi ritmici o armonici. Mi sono resa conto che è possibile avere un altro approccio nei confronti della scrittura che non è solo chitarra e voce.

La traccia strumentale del disco immagino risponda a questo tipo di bisogno.
Sì, sì, l’ho composta in un’ora. Ho aperto un progetto di Pro Tools, tracce ok, piano ok, chitarra ok... Molto istintivo. È stato molto bello questo rapporto un po’ animalesco con quello che stavo facendo.

Mi hai anticipata, perché volevo chiederti di “Mother goose”. Ha il fascino di uno spiritual o di un pezzo tradizionale, mi fa pensare al folk americano. E so anche che nel disco è finito il primo provino della canzone, senza ritocchi. Dimmi se questa impressione è giusta, ma sentendo l'interpretazione mi sono proprio potuta immaginare te che di botto ti siedi e la tiri tutta fuori, d'istinto.
Sì, è un pezzo che ho scritto sulla carta e non l’avevo mai provato fino al momento in cui ho dovuto registrare il provino. Ero da Marco (Giudici, aka Halfalib, ndr), avevamo montato questo set con due microfoni, uno per la chitarra e uno per la voce. Infatti suonandolo ho anche sbagliato un passaggio che adesso fa parte del pezzo e non è più un errore. Era un periodo in cui stavo male e il motivo per cui ho deciso di tenerlo è che sento che lì ho proprio perso il controllo di quello che stavo facendo, e mi piaceva... Mi sembra molto sincero rispetto al momento che stavo vivendo e che avrei potuto replicarlo in studio. 

Mi ha incuriosito anche la collocazione in scaletta, perché subito dopo il mood cambia completamente con “Capricorn No”. Vorrei chiederti del testo, perché è molto impegnato, quasi un manifesto, in contrasto con questo brano così alla moda, con un andamento ritmico groovoso.
Vero vero, è volutamente cool, chiaramente non sono la prima a usare questo espediente di avere un supporto musicale che ti porta in una direzione e un testo che ti porta in tutt’altra, e infatti per quanto sia un pezzo un po’ "gigione", faccio fatica a cantarlo live perché è pesante, di fatto. 

Ho apprezzato il fatto che ci sia finalmente qualcuno che parla in una canzone di un problema vero, e proponga anche una soluzione in un certo senso, perché il testo è propositivo nel suo analizzare il dolore di una relazione che chiede e chiede... 
Sì infatti c’è una frase che ripeto nella prima e nella seconda strofa (anche se in realtà il brano non ha proprio una strofa o un ritornello) che dice “you don’t have to do the job for anybody else”. Era una cosa che stavo cercando di ripetere a me stessa, dicendomi “oh prendi 'ste due sberle e ripigliati perché così non va bene e soprattutto non è compito tuo risolvere i problemi degli altri”.
Un amico americano che è venuto in tour con me, Miles (Cooper Seaton, ndr), mi diceva che a lui, da americano, è sembrato strano sentire l’espressione “abusive relationship” in una canzone, l’ha trovata forte. Io non sono madrelingua inglese quindi ho un certo modo di interpretare la lingua.

Forse riesci a usarla in modo più franco, non conoscendo tutti i modi di dire che un americano avrebbe utilizzato per dire la stessa cosa.
Esatto, però effettivamente come dicevi tu riferendoti al testo come "manifesto", questa è proprio una cosa che tenevo a dire, le cose stanno così allora vaffanculo.

A proposito sempre di testi impegnati volevo chiederti se mi spieghi un po’ meglio "Walkthrough", e poi ho una curiosità: perché c'è una risata all’inizio del pezzo?
Le parti di piano le avevo registrate a casa con Marco, e probabilmente abbiamo detto qualcosa di stupido e mi veniva da ridere, però mi sono messa a suonare subito. Alla fine mi piaceva perché in qualche modo lo trovo creepy visto che il pezzo è pesantissimo. Alla fine io sono una persona che ti dice una cosa super pesa e una che non c’entra niente ma divertente per sdrammatizzare, rendendo la situazione ancora più imbarazzante (ride, ndr). Per quanto riguarda il testo descrive un cambio di prospettiva che ho avuto nel corso di questa relazione non molto sana. Era una relazione in cui mi mettevo completamente a disposizione di questa persona e quindi in tutta la prima parte ripeto “fammi male, fammi le peggio cose tanto non le sento, sono così innamorata, accecata in modo non sano da questa cosa che puoi farmi qualsiasi cosa perché tanto io la sostengo”. Quando dico “fuck” tra l'altro voglio descrivere quel momento in cui si spegne il sentimento e inizi a non sentire più nemmeno le cose belle, oltre a quelle cattive. A un certo punto ero così tanto abituata a non sentire nulla che nel momento in cui questa relazione avrebbe potuto riequilibrarsi io mi ero completamente spenta. Invece il finale “If they don't see me, I am nothing / But if they notice me, I'm nothing at all" viene da un altro spunto, e parla delle molestie verbali che si ricevono per strada, perché un giorno ero a trovare mia madre a Verona e aspettavo l’autobus e un tipo passando in macchina mi fa “Oh bella figa” o qualcosa del genere. Quando non vengo notata, quando nessuno pensa che io sia bella o carina penso di non valere niente, però quando poi vengo notata per quel motivo mi sento ancora più niente perché non sono solo questo... Non lo so...

Penso sia una sensazione comune alla maggior parte delle ragazze, me compresa. Mi sono andata a rileggere l’intervista di Rockit sul primo album e il tema del sessismo nell’ambiente musicale era stato un argomento ampiamente sviscerato. In quell’intervista dicevi di subire molto per esempio i consigli non richiesti dei colleghi, per il fatto che sul palco magari potevi sembrare ancora un po’ inesperta o magari non avevi ancora dimestichezza con tutti gli strumenti. Adesso che sei cresciuta anagraficamente e come musicista, e questa crescita è in un certo senso "certificata" e riconosciuta da tutto l'ambiente, le cose sono migliorate?
Per me sicuramente sì e ho anche raggiunto un nuovo livello di consapevolezza delle mie capacità e dei miei limiti, lo stesso livello di consapevolezza che mi fa tracciare una linea oltre la quale se ci vai te ne vai anche a fanculo (ride). Magari prima subivo più passivamente certi atteggiamenti, adesso se vuoi lavorare con me il discorso non entra neanche nella stanza: io sono una musicista e interagisci con me per questo motivo e devi avere rispetto per me a prescindere da quello che sono. Allo stesso tempo so bene che va meglio a me, sia per le mie capacità ma anche per una serie di fortune che ho avuto, perché chiaramente c’è anche questo, però è un atteggiamento che rimane nei confronti di tante altre ragazze musiciste e lavoratrici in questo ambiente, quindi non mi sento di poter cantare vittoria in questo senso. Ecco, una cosa che mi fa incazzare è che si parla tanto di Adele, la ragazza quella brava, quando invece è veramente pieno di musiciste bravissime, anche più brave di me o comunque brave in modo diverso, e non ricevono l’attenzione che meriterebbero.

Secondo te le reti come shesaid.so oppure l'impegno tra i festival per cercare di raggiungere quanto più possibile la parità di genere nelle line up sono oggettivamente delle azioni utili?
Penso proprio di sì. Anita, la mia booker per l’Europa, mi ha detto una cosa interessantissima. Era ospite di un panel per parlare di queste questioni e una della donne presenti ha detto “Non voglio essere chiamata perché sono una donna, voglio essere chiamata perché sono la migliore”. E Anita mi ha dato una prospettiva del tutto nuova, perché basta con questa storia delle migliori, io voglio essere chiamata e voglio esser libera di essere una cazzona così come lo sono gli uomini, perché gli uomini non vengono chiamati perché sono i migliori, vengono chiamati perché è normale chiamare gli uomini e nessuno si pone nemmeno la questione. Io voglio avere il diritto di non dovermi preoccupare di essere la migliore come se ci fosse un posto unico per la vincitrice di questo fantastico concorso. No! Quindi vanno prese delle misure attive: sia splittare 50/50 la line up dei festival, le reti come shesaid.so o creare un database di musicisti. È un processo che va forzato perché c’è un muro da spaccare.


 

Any Other sarà in tour anche in Italia, qui tutte le date:

9 novembre 2018 ROMA / MONK - PSYCH FEST
16 novembre 2018 MILANO / SERRAGLIO (biglietti)
17 novembre 2018 RAVENNA / BRONSON
23 novembre 2018 PISA / LUMIERE
24 novembre 2018 SCHIO (VI) / CSA ARCADIA
07 dicembre 2018 BARI / GARAGE SOUND
08 dicembre 2018 BOLOGNA COVO
14 dicembre 2018 PORDENONE / ASTRO CLUB

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L'articolo Any Other - La migliore di Chiara Longo è apparso su Rockit.it il 2018-10-15 15:28:00

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